VITTIMOLOGIA ANIMALE: COME GLI ANIMALI CI COMUNICANO DI AVER SUBITO UNA VIOLENZA – di Marco Strano – marzo 2021

Relazione al Convegno “DOMINA” (Donne, Minori e Animali). Comune di Cento. 31 marzo 2021.

Una buona parte delle azioni investigative (prima) e giudiziarie (poi), vengono attivate dalla vittima che riferisce – racconta verbalmente o attraverso uno scritto il reato subito. Al centro di una gran parte dei procedimenti giudiziari c’è quindi la parola e il tentativo da parte degli inquirenti di individuare delle menzogne nei racconti della vittima e di eventuali testimoni. Ma non è sempre così. In diverse tipologie di crimine, gli investigatori devono essere abili a individuare degli indicatori dell’avvenuto reato nei comportamenti della vittima e non nelle sue dichiarazioni. Esempio tipico sono gli abusi nei confronti di minori molto piccoli che ancora non sono in grado di parlare. Le indagini in questo ambito sono fatte attraverso l’analisi dei disegni del bambino, osservando le sue reazioni di fronte a un adulto, valutando il suo umore e la modalità di espressioni delle emozioni. Ma anche in caso di vittime intimidite (ad esempio nei reati di usura, di mafia e nei maltrattamenti in famiglia) le vittime sono riluttanti nel chiedere aiuto e nell’ammettere di aver subito un crimine e gli investigatori sviluppano con l’esperienza la capacità di cogliere “indicatori significativi” in mancanza di comunicazioni verbali esplicite. E veniamo allora agli animali. A differenza degli uomini non utilizzano le parole. E su questo fattore contano parecchi maltrattatori di animali che sperano (e spesso riescono) a farla franca a meno che non vengano colti in flagranza. Ma gli animali possono comunicarci di aver subito una violenza, un maltrattamento? Io credo di si. Come ci ha insegnato Paul Watzlawick, esponente della famosa scuola di Psicologia di Palo Alto in California, la comunicazione è un fattore complesso che travalica la dimensione della mera verbalità ed è comunque impossibile non comunicare qualcosa durante una interazione, anche stando zitti. Sta agli esperti cogliere il significato di forme comunicazioni non verbali che comunque esprimono sempre un significato, talvolta più netto, specifico e affidabile di quello veicolato attraverso la comunicazione verbale. Un animale di certo non può recarsi in un ufficio di polizia per sporgere denuncia e non può confidarsi con un parente o con un amico di una violenza subita. Ma gli animali realmente non comunicano in nessun modo? Tutti coloro che hanno a che fare con un cane o un gatto e che vivono nella stessa casa la pensano diversamente. Un cane è in grado di farti capire quando ha fame, quando vuole uscire, quando si è stancato di svolgere un determinato compito. È in grado di fartelo capire anche se non può utilizzare la parola. Molte specie animali sono in grado di comunicare le loro emozioni, i loro desideri, il loro disagio attraverso alcuni comportamenti non verbali che possono essere colti con una certa facilità da coloro che abitualmente interagiscono con loro. Sono messaggi fatti di sguardi, di posture di reazioni di fronte a un determinato stimolo. Ed allora, in quest’ottica, gli animali possono comunicarci anche se hanno subito un reato di maltrattamento. Tutto sta naturalmente a cogliere determinati messaggi. Ma c’è un ambito ulteriore dove i messaggi che giungono agli investigatori non sono fatti di parole ma possono comunque raccontare ciò che è successo ed evidenziare l’avvenuta commissione di un reato a danno di un animale. Sono le informazioni che acquisisce la Medicina Forense Veterinaria e le altre scienze forensi tra cui la Crime Scene Investigation Veterinaria. Il corpo di una vittima animale può raccontare (comunicare) ciò che è successo attraverso le lesioni esterne ed interne o attraverso la natura biochimica di una sostanza tossica ingerita. Anche Le tracce lasciate sulla scena-del crimine dal responsabile del reato raccontano (comunicano) quello che è successo in un momento antecedente al sopralluogo e permettono spesso di ricostruire la dinamica del crimine. Che poi quando la vittima non appartiene alla specie umana non vengano messe in campo le tecnologie e le competenze di investigazione scientifica possedute dalle moderne forze di polizia è un altro discorso. Il maltrattamento e l’incuria possono lasciare segni visibili attraverso la magrezza, le ferite non guarite, la sporcizia dell’ambiente, la mancanza di un riparo. Auspichiamo quindi il delinearsi, in un futuro prossimo, di una figura professionale di un investigatore in grado di cogliere i segnali, gli indicatori, di un avvenuto reato ai danni di un animale senza poter contare sulla rappresentazione verbale di ciò che è accaduto ma sapendo cosa osservare, magari affidandosi anche alla consulenza di esperti comportamentalisti animali. E questa capacità professionale di cogliere il disagio di un animale che ha subito violenza si può ottenere in primo luogo attraverso una presa di coscienza della politica che finalmente promuova una normativa di tutela degli animali realmente efficace e, in secondo luogo, attraverso un percorso di formazione e maggiore specializzazione di coloro (le forze di polizia) che sono deputati al contrasto di questo genere di reati. Ma la capacità di individuare e segnalare una violenza ai danni di un animale è anche un dovere civico e dovrebbe essere un preciso interesse di ogni cittadino. L’abitudine ad osservare ed a cogliere i segnali di richiesta di aiuto da parte degli animali dovrebbe diffondersi tra tutti gli appartenenti alla specie umana, la specie più forte e prepotente del pianeta.

Pubblicato da

marcostrano

Psicologo Clinico e Criminologo

1 commento su “VITTIMOLOGIA ANIMALE: COME GLI ANIMALI CI COMUNICANO DI AVER SUBITO UNA VIOLENZA – di Marco Strano – marzo 2021”

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