Biografia degli autori e dei consulenti

MARCO STRANO

Psicologo e Criminologo è considerato uno dei massimi esperti di Psicologia connessa alla attività di polizia. Ha cominciato la sua attività professionale nelle Forze di Polizia nel 1981 come Ufficiale dei Carabinieri (Divisione Unità Speciali), poi, dopo alcuni anni, è transitato nel Nucleo Operativo Speciale dell’Ufficio dell’Alto Commissario Antimafia di Palermo occupandosi per 7 anni di operazioni di intelligence tattica e poi al suo scioglimento, nel 1991, ha operato per altri 10 anni come Agente Operativo in Italia e all’estero in una speciale unità dei Servizi di Intelligence della Presidenza del Consiglio dei Ministri (SISDE) nel contrasto alla criminalità organizzata e nell’analisi degli omicidi, maturando ulteriore esperienza sul campo dell’HUM.INT e nell’attività operativa tattica in ambiente urbano e in aree di campagna in Italia e all’estero. Nel 2001 è transitato a domanda nella Polizia di Stato come Direttore Tecnico Capo Psicologo (l’equivalente militare di Tenente Colonnello) dove ha inizialmente comandato per circa quattro anni l’U.A.C.I. (Unità di Analisi dei Crimini Informatici) della Polizia delle Comunicazioni, ottenendo brillanti risultati nel contrasto alla pedopornografia. In seguito, trasferito a domanda, è stato inquadrato nel comparto sanitario della Polizia di Stato, dove ha raggiunto nel 2018 la qualifica dirigenziale (Direttore Tecnico Superiore) prestando servizio presso il Comando Interregionale della Polizia di Stato (Lazio–Abruzzo–Sardegna) con compiti di Psicologia applicata all’attività di polizia. Dal 2017 al 2019 si è recato in USA per attività di collaborazione internazionale con la polizia californiana. Nel settembre 2019 ha lasciato la Polizia di Stato e ha cominciato a collaborare con un contratto triennale di consulenza (rinnovabile) con il C.S.U. Fullerton Police Department di Los Angeles, per organizzare esperienze di training congiunto tra operatori di polizia italiani e statunitensi e per sviluppare progetti di ricerca e formazione sulla psicologia degli operatori di polizia coinvolti in conflitti a fuoco e sul criminal profiling nei casi di omicidi irrisolti. Parallelamente all’attività operativa istituzionale, Marco Strano ha approfondito studi universitari di Sociologia dell’Organizzazione, di Psicologia e di Criminologia insegnando in diversi atenei ed effettuando alcune pubblicazioni scientifiche pionieristiche. È infatti il Presidente dello Study Center for Legality, Security and Justice (www.criminologia.org) un’associazione che dal 1999 studia tecniche innovative di investigazione e problematiche di psicologia degli operatori di polizia e dei militari e al cui interno è presente una equipe specializzata nello studio dei cold cases. É autore di 22 libri su tematiche criminologico–investigative e di più di 100 articoli scientifici in materie psicologiche e criminologiche. Nel 2004 ha partecipato come relatore al workshop “The Nature and Influence of Intuition in Law Enforcement: integration of Theory and Practice”, organizzato dalla Behavioural Science Unit dell’FBI a Quantico (Virginia) con il patrocinio dell’American Psychological Association, presentando un pionieristico studio sull’applicazione dell’intelligenza artificiale al criminal profiling.

SIMONE DE FRAJA

Avvocato, saggista e studioso delle fortificazioni medioevali. Si occupa prevalentemente della materia penale specie e scienza dell’investigazione e di alcune aree di diritto civile. Collabora alla Scuola di Formazione Forense di Arezzo, di cui è stato promotore e co–fondatore (oggi Fondazione Forense COA). Per la Camera Penale di Arezzo, della quale è stato Presidente, ha avuto parte, unitamente a magistrati e parlamentari, nel Convegno “Delitto e Castigo” (maggio 2005) con la relazione “L’impronta di Caino” con P. Margara ed è promotore di numerosi incontri relativi ai Corsi per Difensori di Ufficio nonché relatore o moderatore in convegni a rilievo giuridico e criminologico come, di recente, per il Convegno “La prova scientifica” (con L. Garofano, V. Saltarelli e S. Matone), 2015. Per la camera penale ha promosso ed ospitato la presentazione del volume “Lettere Francesca” a cura di F. Scopelliti (2016) nonché “Anatomia del potere giudiziario” a cura di di G. Guarnieri, G. Insolera, L. Zilletti (2017). Per l’Accademia Italiana delle Scienze Forensi è membro del Comitato Etico e durante il II Congresso Nazionale dell’Accademia ha partecipato con la relazione “Aspetti logico giuridici delle indagini e patologia del giudizio” (2018). É membro di associazioni culturali cittadine e nazionali, socio fondatore della Società Storica Aretina, di cui è Vicepresidente, per le quali ha tenuto conferenze ed interventi televisivi; collabora con il Quotidiano “La Nazione”. Consigliere della Fondazione Ferraguti Tomassetti. É stato Probo Viro e Consigliere della “Brigata Aretina Amici dei Monumenti”; per la Società Storica Aretina, di cui è socio fondatore e Vicepresidente (2018), è membro del Comitato Scientifico di redazione della rivista bimestrale e dell’area dedicata alla castellologia ed insediamenti medioevali. Collabora con il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze quale co–relatore di tesi relativamente a progetti di recupero di fortificazioni medioevali. Oltre ai saggi apparsi in riviste scientifiche accreditate si ricordano, tra le recenti pubblicazioni, «Fortificazioni Medioevali in Valcerfone, ricognizione e censimento», Società Storica Aretina, 2011, con la prefazione di Aldo A. Settia; «Fortificazioni Medioevali in Valmarecchia, il Comune di Badia Tedalda», Società Storica Aretina, 2013 con la prefazione di A. Fatucchi; «L’Altra Istanbul», Phasar Edizioni, 2014; «Nepi. Fortificazione e immagine», Phasar, 2015; «Le fortificazioni di Clemente V», Phasar, 2017; «Assedi e fortificazioni», Società Storica Aretina, 2018, con la prefazione di Aldo A. Settia, vincitore del “Premio Tagete” per la saggistica nel 2019. Nel 2020 con Aska ha pubblicato, con una prefazione di Luca Berti, «1384, la presa della città. Arezzo nelle mani di Enguerrand de Coucy».

MARCO ROMANI

Nato a Rieti, fin da piccolo ha avuto un forte interesse verso la fotografia. La prima macchinetta fotografica fu una polaroid istantanea all’età di 11 anni. Dopo aver cambiato svariate macchine e con l’arrivo del digitale passò finalmente alla prima reflex digitale unendo alla foto anche una nuova passione la post produzione. Dal 2019 con l’arrivo dei Droni, con a bordo obiettivi in grado di realizzare riprese video in 4K e fotografie di grande risoluzione Marco Romani ha iniziato ad occuparsi di fotografia aerea. Grazie ai droni realizza una fotografia paesaggistica da una prospettiva completamente differente, grazie alle altezze e angolazioni che non si potrebbero mai raggiungere con una semplice reflex se non grazie l’aiuto di un vero elicottero. Il suo principale obiettivo è quello di trasmettere emozioni attraverso uno scatto diverso dal solito, ma anche di valorizzare il territorio della Sabina (dove risiede). Ha realizzato le bellissime immagini aeree di Poggio Catino del presente saggio.

PRISCILLA ZANUTEL

Archeologa e presidente dell’A.P.S. Rerum Memoria (Roma) si è Laureata col massimo dei voti presso il dipartimento di Scienze dell’antichità dell’Università la “Sapienza” di Roma con una tesi sperimentale e durante il suo percorso accademico ha partecipato a studi e ricerche in diversi laboratori, scavi e corsi in ambito antropologico, tra cui il laboratorio di antropologia presso il museo delle civiltà (MuCiv); il laboratorio di Antropologia della Sapienza; il laboratorio su reperti ossei incinerati presso l’associazione OsteoArch di Milano; il laboratorio di antropologia su resti archeologici e contemporanei diretto dalla prof.ssa C. Cattaneo; lo scavo antropologico presso le catacombe di S. Mustiola (Chiusi) diretto dall’università di RomaTre e la Pontificia Commissione di archeologia cristiana. Ha frequentato il corso di Alta formazione sulle nuove tecnologie applicate alla bioarcheologia presso l’Università la Sapienza di Roma e possiede una ottima conoscenza di usi e costumi dell’epoca medievale. Nel presente lavoro di ricerca è stata una delle studiose che ha svolto accertamenti finalizzati a determinare il sesso dello scheletro della Dama Bianca conservato al Museo Criminologico di Roma.

Il mistero della Dama Bianca forse definitivamente chiarito?

Le iperstizioni sono “profezie autovverantisi”, cioè rappresentazioni della realtà, concezioni, credenze, interpretazioni, comportamenti e così via, il cui fondamento principale sono il marketing concettuale e la diffusione massiva attraverso i media digitali (definizione reperita su concetticontrastivi.org). Il termine è stato coniato da Nick Land, filosofo e scrittore britannico, padre dell’ “Accelerazionismo”, per definire delle notizie prive di alcun fondamento che però viaggiano nel tempo e assumono progressivamente sempre più credibilità. Per analizzare un caso di questo genere e per tentare di comprendere se la vicenda aveva un reale fondamento o se si trattava invece proprio di una sorta di “iperstizione” prodotta nel 1930 e che poi si è conservata e diffusa con successo (essendo funzionale a diversi contesti sociali, politici e culturali), abbiamo tentato di applicare un metodo scientifico, scomponendo il quadro informativo proposto da scritti e comunicazioni orali in diversi sottoelementi che sono stati poi verificati singolarmente. Il risultato della nostra analisi lascia però pochi spazi ai dubbi. Gli elementi salienti, costitutivi della leggenda della “Dama Bianca di Poggio Catino” e che poi si sono rilevati oggettivamente non veri, sono i seguenti:

  1. Lo scheletro contenuto in una cella all’interno del museo criminologico di Roma apparterrebbe a una donna uccisa in circostanze misteriose intorno alla fine del secolo XIV: notizia falsa (lo scheletro è di un uomo);
  2. Lo scheletro apparterrebbe a una persona uccisa all’inizio del secolo XVI: notizia falsa (da una osservazione esterna del reperto lo scheletro dovrebbe risalire alla seconda metà dell’800 e comunque in assenza di esame all’isotopo di carbonio ogni datazione è pura congettura attesa la mancanza di contestualizzazione del reperto al momento della scoperta);
  3. Al momento del ritrovamento di uno scheletro a Poggio Catino degli emissari del museo criminologico lo avrebbero prelevato insieme alle pareti della cella che è poi stata ri–assemblata nel museo: notizia falsa (la cella del museo che ospita lo scheletro è una ricostruzione in cartongesso); quindi nessuno smantellamento degli ambienti della fortificazione;
  4. Lo scheletro ritrovato a Poggio Catino avrebbe avuto mani e pieni legate da catene che sarebbero state portate al museo insieme ad altro materiale ritrovato nell’occasione: notizia falsa; i ceppi attualmente presenti intorno ai polsi dello scheletro nel museo sono dei mezzi di contenzione per le caviglie e attribuibili, apparentemente alla fine dell’800;
  5. Secondo Sergio Biraghi, nipote del proprietario del castello all’epoca del ritrovamento dello scheletro, il luogo dove sarebbe avvenuta la “macabra scoperta” sarebbe addossato a un muro, alla destra dell’ingresso alla parte alta della fortificazione e dove in passato c’era un torrione: notizia falsa (esperti di castelli, dopo accurati sopralluoghi, hanno escluso che nel punto indicato possa esserci stato un torrione poi crollato);
  6. Secondo Sergio Biraghi, al momento del ritrovamento dello scheletro della Dama Bianca sarebbe venuto alla luce anche un armigero, forse anch’egli detenuto in una cella attigua, che sarebbe poi stato seppellito in una tomba nel cimitero comunale di Poggio Catino: notizia falsa, da accurate indagini all’interno del cimitero comunale non ci sono tracce di tombe dell’epoca che potrebbero ospitare l’armigero.

In effetti avevamo avuto la sensazione fin dall’inizio che la storia della Dama Bianca fosse poco credibile per il semplice motivo che la ricostruzione della vicenda, così articolata, ricca di particolari, moventi, personaggi, dinamiche familiari ed economiche, fosse stata possibile semplicemente ritrovando uno scheletro senza nome.

Per non cadere nella trappola delle pseudo–scienze e delle conclusioni affrettate basate sull’intuizione e non sui risultati di un metodo scientifico, abbiamo affrontato il caso in maniera “avalutativa” escludendo progressivamente, come del resto suggerì Sir Arthur Conan Doyle, tutte le ipotesi impossibili per giungere a quella che probabilmente è la verità su questa intricata ed emozionante leggenda. Come sia stato possibile che una “fake new” come quella della Dama Bianca possa essere sopravvissuta nel tempo e anzi si sia amplificata, trovando addirittura spazio in opere letterarie e siti istituzionali ufficiali, è poi relativamente facile da comprendere.

La leggenda ha infatti tutti gli ingredienti per divenire appetibile e trasmissibile. È in grado di provocare emozioni forti, si riferisce a un terribile sopruso, riguarda una giovane e forse bella donna, si affacciano infine intricate questioni di tradimenti e infedeltà. “l’iperstizione” della Dama Bianca di Poggio Catino ha quindi visto, fin dal suo inizio negli Anni Trenta, una cospicua serie di “venditori di storie” e in seguito una pletora di creduloni che negli anni hanno tramandato la vicenda (in realtà mai avvenuta) attraverso scritti e pezzi giornalistici, arricchendola talvolta di ulteriori particolari fantasiosi ma privi di alcun riscontro. Su questo si è innestata poi con una certa facilità anche la superstizione del fantasma nel castello. Così facendo, in sostanza, hanno creato una leggenda che si è “storificata” nell’immaginario collettivo anche se priva di riscontri scientifici, documenti, materiali. In primis i responsabili e i gestori del museo Criminologico nel periodo fascista che pur certamente avendo contezza della montatura, hanno cavalcato la “ghiotta” leggenda della Dama Bianca, in grado, per sua natura, di stimolare impetuosi sentimenti popolari e di interessare morbosamente i visitatori. L’emozione che è in grado di generare il pensiero della fine orribile e ingiusta di una giovane donna è stata poi abilmente sfruttata e resa spettacolare negli anni per migliaia di ignari spettatori del museo criminologico di Roma. Poi, all’inizio del 2019, quando sono cominciate a giungere richieste sempre più insistenti da parte di studiosi insospettiti che avrebbero potuto far scoprire la messa in scena, i responsabili attuali del museo hanno tentato, forse per pudore, una ultima strenua resistenza a svelare ”l’inganno originale” dei loro colleghi del Ventennio, rendendo difficile l’accesso ai fascicoli ed ai documenti relativi all’installazione museale e non consentendo una osservazione “ravvicinata”, una ispezione accurata od analisi della presunta Dama Bianca. Ma questo non è stato sufficiente a non svelare tale inganno. E a questo punto un interrogativo sorge spontaneo. A chi appartiene lo scheletro maschile presente nel museo criminologico di Roma e sottratto per così tanti anni a pietosa sepoltura per soddisfare i pruriti macabri dei visitatori giunti da tutto il mondo? Noi abbiamo fatto la nostra parte per gettare luce nella vicenda della Dama Bianca. Lasciamo lo studio di questo ulteriore “case cold” all’iniziativa di altri solerti studiosi a cui auguriamo tutte le fortune.

Una cosa è però adesso certa: i suoni lunghi ed a volte inquietanti, simili a veri e propri ululati, che in alcune notti si sentono distintamente provenire dall’apice del castello e che turbano i sonni degli abitanti del centro storico di Poggio Catino, non sono le richieste di giustizia da parte del fantasma della Dama Bianca ma è il vento di scirocco, che forse da sempre a conoscenza dell’inganno, fa sentire beffardo le sue lunghe risate. Poggio Catino non ha comunque bisogno di fantasmi e leggende per manifestare la sua bellezza. Il suo fascino è nelle sue atmosfere antiche, nello spirito medievale che scaturisce da ogni pietra dei suoi vicoli, nei suoi panorami mozzafiato e negli sguardi saggi, consapevoli e sornioni dei suoi abitanti.

L’invito all’Amministrazione comunale di Poggio Catino di partecipare alle fasi finali della redazione della nostra ricerca non ha avuto risposta.

Un articolo del Giornale d’Italia del 1933 e una presunta pista per la soluzione del caso

Su “il Giornale d’Italia” dell’11 gennaio 1933 è stato rilevato un interessante articolo di stampa che documenta una circolare inviata dal Guardasigilli a tutti gli uffici dipendenti per cercare di reperire oggetti utili a rendere interessante il museo criminologico da poco inaugurato e che potrebbe essere rilevante per comprendere le ragioni di un eventuale “inganno” che si è celato dietro all’allestimento della Dama Bianca. Questa la trascrizione integrale dell’articolo.

«Il Museo criminale di Roma e la sua costituzione.

Il Guardasigilli ha diramato agli Uffici dipendenti una circolare per lo sviluppo delle raccolte del Museo criminale, aperto in Roma per tenere a disposizione degli studiosi quegli oggetti di particolare interesse che direttamente o indirettamente si riferiscono alla criminalità, cioè sia quelli che sono serviti alla perpetrazione dei reati, sia quelli che offrono la visione del processo di evoluzione dei nostri istituti penali e penitenziari. Il Museo che è in via di completamento, conserva per sua base una tripartizione: esecuzione del delitto, attività statale per l’accertamento del reato e per la condanna del reo, esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza. La prima parte dovrà suddividersi in sezioni corrispondenti alle grandi categorie dei delitti, riattaccandosi possibilmente alla distinzione stabilita dal nuovo codice, di delitti commessi con violenza e delitti commessi con frode. La seconda parte dovrà riferirsi a quell’attività statale, che va dai sistemi di indagini della polizia giudiziaria alla ricerca delle prove in sede giudiziaria sino alla condanna. La terza parte sarà destinata a raccogliere tutto quanto interessa l’esecuzione penale, sotto due punti di vista e perciò in due sezioni distinte, l’una riguardante l’azione dello stato nel periodo dell’esecuzione penale, l’altra attinente agli effetti dell’esecuzione sulle persone dei condannati. Il ministro richiama in modo speciale l’attenzione sulla necessità che sia dato conveniente sviluppo alle raccolte che formano la seconda parte del Museo, la quale è intesa a illustrare particolarmente l’attività della magistratura. Pertanto il Ministro invita le autorità dipendenti a segnalare al Ministero quegli atti interrogatori, confronti, ispezioni, esperimenti, perizie, verbali d’udienza, sentenze ecc., che per la loro importanza eccezionale siano meritevoli di essere conservati nel Museo Criminale, allo scopo di offrire agli interessati la possibilità di esame e di studio. L’importanza dei documenti va determinata sia a riguardo del valore intrinseco di essi, sia in rapporto ai riflessi sociali e politici inerenti al procedimento al quale i documenti si riferiscono. Le segnalazioni dovranno essere accompagnate da una precisa descrizione…»

Tutto questo era davvero interessante ed era in grado di fornire alcune spiegazioni alla nostra leggendaria storia ed alle sue origini; una sorta di movente. La necessità di trovare oggetti utili per il museo potrebbe aver spinto proprio Umberto Biraghi, Medico e all’epoca personaggio molto vicino ai vertici del regime (gestiva a Roma una clinica ostetrica molto in voga tra i gerarchi romani), al “recupero” di uno scheletro nella zona di Poggio Catino, utilizzato poi per l’allestimento della Dama Bianca.

Del resto all’epoca del presunto ritrovamento, Umberto Biraghi era impegnato nella ristrutturazione nel paese sabino di un vecchio convento (trasformato in scuola di infanzia) che conteneva presumibilmente anche sepolture di frati ospitati dalla struttura. Non si può quindi escludere che il Medico avesse all’epoca la disponibilità di alcuni scheletri che oltretutto nessuno avrebbe reclamato in caso di scomparsa.

Indagini e perizie svolte sula scena del crimine, sullo scheletro e sulla cella che lo contiene.

Tutta la storia, dunque, stava assumendo dei contorni sempre più sfumati e sempre meno solidi man mano che discutevamo del problema, delle piccole conquiste documentali, degli ostruzionismi che andavamo incontrando o dei sospetti sulla genuinità di tutta quanta l’architettura. Da Biraghi reticente allo scheletro che doveva essere per forza di una donna assassinata per gelosia e dunque bellissima! Un po’ troppo… Decidemmo dunque di proseguire, coinvolgendo anche altri soggetti qualificati che potessero offrirci il proprio contributo per cercare di svolgere una analisi “scientificamente supportata” sull’allestimento della Dama Bianca presente nel Museo Criminologico di Roma a partire dal 1934.

Sopralluogo e analisi del sito del presunto ritrovamento dello scheletro.

L’analisi accurata della presunta “scena del crimine”, ovvero del punto in cui secondo la leggenda sarebbe stato ritrovato lo scheletro è stata condotta nel 2019 da Simone De Fraja. Secondo le affermazioni e le indicazioni di Sergio Biraghi lo scheletro venne trovato nell’area interna della fortificazione, l’area adiacente al prospetto murario rivolto a nord ed all’angolo formato da segmenti murari spezzati in prossimità del saliente che oggi affianca il posticcio accesso al recinto. Biraghi, ed ormai la leggenda, narra che i resti vennero rinvenuti in seguito ad un crollo (si dice di “un torrione”). In quest’angolo di cinta non dovevano essere presenti torri o torrioni, come la struttura ormai semicilindrica esistente poco più ad est.

Questa sezione muraria è forse la migliore conservata sia per elevato che per qualità della tessitura muraria, apparentemente tutta originale e coerente con altri parti del recinto, salvo modesti interventi; inoltre questa porzione mostra in più zone la presenza di un intonaco degradatosi in modo omogeno quindi, sostanzialmente, rimasto complessivamente esposto agli agenti nello stesso periodo di tempo. Non si evidenziano parti relativi a crolli od esposizioni relativamente recenti o comunque sezioni murarie dalla differente conservazione. La parte bassa di quest’angolo della cinta mostra tracce di suddivisione in livelli e l’attuale piano di calpestio appare evidentemente rialzato. Apparentemente posticci risultano i setti divisori oggi in essere (differente muratura, pezzatura e utilizzo casuale del laterizio).

É tuttavia plausibile ipotizzare, in quest’angolo della cinta, l’esistenza di un edificio, una struttura abitativa, a pianta quadrangolare, una parete della quale (quella rivolta a nord) era costituita dallo spesso muro di cinta.

Rimane da spiegare, secondo la tesi del Biraghi, allora cosa fosse qui crollato negli Anni Quaranta, se una torre od un grande edificio abitativo, e come si sia potuto smaltire l’eventuale notevole accumulo di macerie atteso che tutto quanto sembra rimasto fermo da lungo tempo. Appare evidente che il modesto ricetto ricavato in quest’angolo di cinta, nelle forme attuali, sia stato ottenuto in un secondo tempo, e per scopi differenti. Che l’individuo, donna o uomo, sia stato imprigionato, con i ferri costrittivi e fatto morire di stenti (questo narra la leggenda), qualunque ne sia stato il motivo (lasciamo stare gli intrighi amorosi), e successivamente murato vivo per continuare il supplizio o la condanna (come potrebbe suggerire l’esistenza di un contenitore in terracotta per l’acqua e prolungare l’agonia) appare alquanto improbabile. Parrebbe semmai più probabile che lo stesso possa essere stato obliterato nella muratura (si sarebbe dovuto ricavare una nicchia in spessor di muro) una volta deceduto: ma a questo punto apparirebbero superflui i ferri di contenzione che, comunque, non appaiono adeguati allo scopo e non sembrano nemmeno coevi all’epoca in cui si è voluto contestualizzare la leggenda. Già, infatti, la leggenda è posta in un generico XVI secolo, più o meno, sembrerebbe dal sol fatto di aver trovato della ceramica datante. Ma anche sulle sorti di tali reperti non vi è traccia (ad esempio una relazione del rinvenimento e nemmeno nel documento di acquisizione del museo), se non scenica, nell’allestimento museale corredato, vieppiù, di una lucerna in metallo. Di questi reperti di corredo, anche la leggenda, nelle forme più genuine, non parla mai.

Non vi è altrettanta traccia negli Statuti del tempo o nella prassi di giustizia criminale, salvo imponderabili episodi creativi, che qualcuno potesse essere giustiziato e condannato a simile sorte; a meno che non si trattasse di un omicidio il cui corpo doveva essere fatto scomparire in breve tempo e non già il frutto di una sentenza espressione di un giudizio secondo legge. Corpi murati ne sono stati trovati occultati all’interno di pareti, ridotti al minimo ingombro, a volte con la calce direttamente a contatto con i tessuti che si sono conservati (e verosimilmente non avevano i ferri agli arti, una lucerna e una brocca per l’acqua). Soprattutto la calce e l’isolamento anaerobico avrebbero restituito un corpo in condizioni conservative ben diverse. Qualora non fossero state trovati gli oggetti di corredo (scenico), qualora le misure di contenimento fossero state adeguate, a prima vista il ritrovamento sarebbe potuto apparire come una capsula del tempo relativa ad una “prigionia dimenticata” e non ad una condanna con tutto il resto degli orpelli, come richiede la leggenda.

Analisi dei ceppi ai polsi e alle caviglie dello scheletro

Studiando il materiale disponibile in Internet, Simone De Fraja reperì una pubblicazione fondamentale in materia di collezionismo strumenti di contenimento. Contattò l’autore per esporgli la questione della Dama Bianca. J.M. Robin è uno studioso francese, esperto e collezionista, autore di “Entraves, Fers & Menottes”, opera in quattro volumi corredata oltre mille foto di pezzi storici anche appartenenti alla propria collezione. Per nulla sorpreso ed anzi incuriosito dalla richiesta Robin rispose nel giro di qualche giorno:

«J’ai vu les photos, mais il y a pour moi des incohérences. Le squelette a les mains placées dans des menottes beaucoup trop grande ! Ce sont des bilboes ou ceps qui étaient normalement destinés à être placés aux chevilles du prisonnier. Cette pièce ne comporte pas de serrure. Les chevilles sont placées dans des entraves équipées d’une serrure à pêne avec ressort(s) en paillette et clé poussoir. […] Ce moyen de contention est apparu au XVIe siècle et à été utilisé jusqu’au XVIIIe. Mais cette pièce était conssue pour les chevilles des prisonniers et non pas pour les poignets! De plus, la teinte de ces pièces me semble avoir été repeintes en noir, ce n’est pas la couleur d’origine du fer. (voir photos jointes). Il est clair que les poignets pouvaient facilement sortir du bilboes. Je pense qu’il s’agit ici d’une mise en scène pour décor d’une cellule d’époque». (traduzione): «Ho visto le foto, ma ci sono incoerenze per me. Lo scheletro ha le mani entro manette troppo grandi! Questi sono vincoli o ceppi che erano normalmente destinati a essere collocati alle caviglie del prigioniero. Questo strumento non ha una serratura. I tasselli sono posizionati in catene provviste di un chiavistello con molla e chiavetta. […] Questo mezzo di costrizione apparve nel sedicesimo secolo e fu usato fino al diciottesimo. Ma questo pezzo era concepito per le caviglie dei prigionieri e non per i polsi! Inoltre, il colore di questi pezzi mi sembra sia stato ridipinto di nero, non è il colore originale del ferro. (vedi foto allegate). È chiaro che i polsi potrebbero facilmente uscire dai ceppi. Penso che questa sia una messa in scena per una cella d’epoca (lunedì 24/12/2018 10:22)».

Simone De Fraja chiamò in causa anche l’amico Massimiliano Righini, attuale Vicepresidente della Sez. Emilia Romagna dell’Istituto Italiano dei Castelli, qualificato studioso di oplologia, che fornì queste riflessioni sui ferri che cingono i polsi nell’allestimento Dama Bianca nel museo criminologico di Roma:

«…come anticipato per le vie brevi cercherò di fornirti alcune considerazioni, basate solo sulla mera analisi delle immagini, in merito allo scheletro di donna ritrovato negli anni trenta nel palazzo di Poggio a Catino, e ad oggi esposto presso il Museo Criminologico di Roma. Lo scheletro presenta, ai polsi ed alle caviglie dei ceppi di costrizione, denominati nella letteratura specifica anche come “gambali”, ideati per essere utilizzati negli arti inferiori. Questi erano costituiti da un perno centrale su cui si infilavano gli anelli di costrizione. Un lucchetto posto ad una delle estremità serrava il tutto. Lo stesso sistema poteva essere impiegato per la costruzione di manette che impiegavano anelli di contenzione più stretti. Sullo scheletro di Poggio a Catino sono presenti due strumenti di contenzione del tutto simili a cavigliere. Infatti anche quelli che serrano i polsi, anche se forse leggermente più piccoli rispetto agli altri, sembrano troppo grandi per poter bloccare con efficacia i polsi di una donna. Entrambi i ferri si presentano nelle forme diffuse, nel mondo occidentale, a partire dal XVIII secolo con una continuazione di uso sino all’inizio del Novecento. Un riscontro iconografico di questi strumenti è possibile con quelli raffigurati da Francysco Goya in due acqueforti databili tra il 1808 ed il 1814. Lo stato di conservazione è cattivo, entrambi presentano una forte corrosione superficiale forse frutto di un ritrovamento archeologico……»

Perizia di Priscilla Zanutel sul presunto sesso dello scheletro

La valutazione sul sesso della persona a cui apparteneva lo scheletro conservato nel Museo Criminologico rappresentava un importante, forse determinante accertamento per valutare l’attendibilità dei racconti sulla Dama Bianca. Il team ha quindi richiesto una relazione “formale” antropologica della D.ssa Priscilla Zanutel, Archeologa e Presidente dell’A.P.S. Rerum Memoria (Roma) che per il suo lavoro ha maturato una certa esperienza sullo studio di reperti ossei anche molto antichi. Questo il testo della sua relazione riportato integralmente.

«…L’incarico di studio è giunto da parte dell’equipe sui cold cases del C.S.L.S.G. sul presunto omicidio di una donna, omicidio che alcune fonti letterarie e giornalistiche farebbero risalire tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Lo studio è avvenuto attraverso una disamina su dei reperti fotografici e l’obiettivo primario del mio incarico era quello di cercare di stabilire con buona approssimazione il sesso dell’individuo in questione. Questa tipologia di esame, per essere particolarmente accurata, richiede in verità uno studio diretto sugli elementi ossei; ma poiché questo non è stato possibile, a causa dell’irreperibilità del reperto, dovuta all’impossibilità di accedere ai locali del Museo Criminologico di Roma dove il reperto (lo scheletro) risulta conservato, le mie analisi si sono svolte cercando di prendere in considerazione elementi visibili dal supporto assegnatomi. Dalle immagini fornite non è stato possibile fare una valutazione sul sesso dell’individuo utilizzando il bacino, giacché la sua postura e l’angolazione della foto non ne permettono un’osservazione ottimale. Passando al cranio, quindi, sono stati presi in considerazione degli aspetti con un buon grado di attendibilità: arcata sopraccigliare (A), processo zigomatico (B), processo mastoideo (C), angolo goniale (D). L’arcata sopraccigliare (o sopraorbitale) si presenta molto robusta e marcata; il processo zigomatico è anch’esso poderoso e spesso; il processo mastoideo è molto grande e pronunciato; la mandibola è robusta e l’angolo goniale (o mandibolare) è marcato. Tutte queste caratteristiche sono proprie degli individui di sesso maschile. Con buona probabilità quindi, si potrebbe affermare che il corpo preso in esame sia appartenuto ad un uomo anziché ad una fanciulla.»

Il Castello di Poggio Catino e lo studio della presunta scena del crimine

La presunta “scena del crimine” vale a dire il luogo dove sarebbe stato ritrovato lo scheletro, è situata all’interno del castello di Poggio Catino e più precisamente nella parte più alta della rocca. Ci è apparso quindi necessario effettuare preliminarmente uno studio accurato del castello di Poggio Catino, delle sue origini e del suo sviluppo architettonico. Podium de Catini (Poggio Catino) secondo diverse fonti storiche nacque a seguito di un’operazione di incastellamento di un insediamento sparso situato vicino al “Castrum di Catino”  voluta dall’Abbazia di Farfa per rendere più efficiente il proprio sistema difensivo e per accogliere una popolazione più consistente non avendo Catino la possibilità di un ampliamento urbanistico vista la difficile orografia del suo posizionamento (dinamica su cui, come anzidetto in un capitolo precedente, gli autori del presente saggio non concordano appieno). Notizie storiche circa la sua nascita sono riportate nel Regesto Farfense (IV – Doc. 809–An. 1047 – 1089, pag. 211) e nel Chronicon Farfense (II – pag. 122) di Gregorio da Catino. Fra i beni che l’Abbazia acquista esiste anche il “‘Podium” e su questo colle Bernardo I costruì il nuovo Castello verosimilmente nel decennio 1070 – 1080.

Nel libro di G. Marocco, Monumenti dello Stato Pontificio e relazione topografica, edito a Roma, nel 1833 (Tomo Il, ad vocem Poggio Catino, pp. 19–20) troviamo la seguente descrizione (riportata integralmente con quelli che potrebbero sembrare ora degli errori ortografici ma che sono legati alla scrittura antica):

«…Questo luogo dona il titolo di Marchesato all’ illustre famiglia Olgiate, titolo stabilito da Clemente VILI li 13 agosto 1596 a favore dÉ signori di esso castello con assoluta autorità e dominio” L’arcipretura e chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola di Bari è«posta da un lato del palazzo baronale Olgiate, abbastanza vasto, poiché vi sono quattro appartamenti l’uno dall’altro ordinatamente divisi, cui è contiguo un vago giardino. Le strade interne sono un poco scoscese, ma il breve tratto di quella del sunominato Borgo è piana, e molto decente. L’unione del fabricato di tutto il castello forma il suo muro di circonferenza, e reca nel suo totale la figura di un cembalo, avente però quattro torrioni all’intorno, come dietro la chiesa parrocchiale osservansi le vestigia di un “antico fortino”…».

In pratica tutto l’abitato del centro storico di Poggio Catino avrebbe in passato costituito “il castello”. Da questa sommaria descrizione, risalente alla prima metà dell’Ottocento, si comprende infatti che l’abitato è delimitato da una cinta muraria in alcuni tratti costituita anche dalle mura delle abitazioni, che ricorda la forma di un cembalo, strumento musicale vicino per forma e meccanica al pianoforte.

Il perimetro di questa cinta è segnato da quattro torri benché le indagini svolte permettano l’individuazione di cinque torri (a sezione circolare) e strutture salienti, anche per gli accessi, secondo spezzate ed avanzate. Da notare come la più antica rocca, posta sulla sommità del rilievo, lambita e collegata alle mura, più tarde, sia interpretata dal Marocco come “antico fortino”, con espressione sette–ottocentesca. Sul testo V. Stazi Fabrizi, Mille anni di storia di Catino e Poggio Catino, stampato nell’anno 2002, ed edito a cura dell’Associazione culturale “Oltre il Ponticello” unitamente alla Pro Loco di Poggio Catino ha riguardato, scrive Raffele Ricci, la trascrizione dell’opera di V. Stazi Fabrizi (Catino 1864 – Poggio Mirteto 1935); Silvano Soavi, inoltre, «ha curato la pulizia delle tavole e ridato colore agli stemmi, così come ricorda di averli visti nell’originale dell’opera mai finito».

Ed infatti, ai fini dell’indagine, il contributo più importante di questa stampa è proprio la tavola che propone una veduta naif di Poggio Catino preso da ovest nonché una planimetria dell’abitato entrambe corredate da didascalie nonché dalla dizione “Poggio Catino, prospetto e pianta verso l’anno 1500”.

Non è del resto indicato da quale documentazione V. Stazi Fabrizi tragga questi elementi che del resto appaiono abbastanza verosimili e in buona parte confermati dalle tracce materiali oggi esistenti e verificate mediante ispezione in loco. Tale contributo sì è rivelato importante per la individuazione del tracciato delle mura e della “rocca”, seppur ristrutturata, evidentemente precedente alle mura stesse.

Interessante notare l’autonomia del fabbricato della “rocca” rispetto all’entità “castello”: con quest’ultimo termine, infatti, con una terminologia più tarda rispetto a quella pienamente medioevale, viene chiaramente indicato tutto il borgo fortificato e la tavola, alla lettera H, individua le “mura forse doppie dette La Scarpa che circondano tutto il castello”. La parola “castello” può riferirsi ad una ampia varietà di strutture, dall’antichità al secolo XVII; assume significati che variano sia in relazione al contesto geografico sia in relazione al contesto cronologico documentale in cui la stessa è impiegata, sia in relazione alla permanenza o trasformazione linguistica in una data compagine culturale. Già prima della evoluzione architettonica moderna, “castello” diviene pertanto e soprattutto se circondato da mura, l’abitato fortificato nel suo complesso all’intimo del quale persiste, evoluta nelle forme od abbandonata, la primitiva fortificazione difensiva, pienamente medioevale.

Frequentemente nel tardo medioevo, persistendo nei secoli seguenti, “castello” è un gruppo di edifici strettamente connesso alla fortificazione preesistente, un gruppo di case arroccato su uno sperone roccioso le cui mura esterne fungono da cinta fortificata. L’antica fortificazione in cui potevano essere esercitati i poteri feudali si distingue dal più tardo abitato fortificato – generalmente non urbano – in cui possono trovarsi edifici palaziali; essa spesso è denominata “rocca” (od anche “cassero” in Toscana) e funge da ultimo ricetto militare o da residenza qualora ne siano stati modificati i caratteri. Dalla “rocca”, se non direttamente dalla fortificazione più antica, in molte aree geografiche si giunge a strutture fortificate ed alla fortezza alla moderna, tecnicamente e balisticamente molto più evoluta nonché in corsa con l’evoluzione delle tecniche ossidionali.

Sulla scorta di quanto analizzato, come in altre realtà, a Poggio Catino si possono distinguere alcuni poli di interesse: almeno dalla metà del Cinquecento si distinguono la rocca, l’ampio palazzo baronale, l’annesso giardino alla italiana, le mura costituite anche dalle stesse abitazioni che seguono i dislivelli e terrazzamenti naturali, alcune torri e sicuramente strutture d’accesso salienti o turrite.

Il castello di Poggio Catino è comunque una struttura abbastanza complessa che nel corso dei secoli ha subito numerose modifiche e ampliamenti. La parte più alta, completamente scoperta (chiamata “la rocca”), sarebbe il luogo di ritrovamento dello scheletro.

In particolare, il punto di ritrovamento dello scheletro della Dama sarebbe stato a ridosso di uno dei muri di cinta. Il castello attualmente versa in condizioni vergognose e purtroppo non dissimili da molte altre fortificazioni, non solo ruderi, di cui è cosparso il Bel Paese. Con gli agenti atmosferici e con il semplice passare del tempo le mura e le altre strutture interne si stanno sgretolando. Una quindicina di anni fa fu pietosamente depositato un sottile strato di calcestruzzo sulla parte superiore delle mura per cercare di ridurre la caduta inesorabile delle pietre e lo sfaldamento dei muri. Ma per il resto questa meravigliosa fortificazione viene da anni lasciata al suo destino. Basterebbero poche decine di migliaia di euro per metterla in sicurezza e per combattere efficacemente l’opera distruttiva del tempo ma questa importante esigenza di tutela delle nostre radici storiche non viene evidentemente compresa o considerata necessaria dalle istituzioni.

In alcuni luoghi europei, come in Germania Francia o Inghilterra, alcuni ruderi assai meno appariscenti e prestigiosi del castello di Poggio Catino vengono tenuti con religiosa cura e vengono visitati da migliaia di persone ogni anno che, tra l’altro, portano introiti economici rilevanti ai paesi che li ospitano. E questa è esperienza comune. A titolo esemplificativo, il castello di Tintagel in Gran Bretagna, che la leggenda colloca come la famosa “Camelot” della saga di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, è costituito in realtà da pochi ruderi e da qualche muretto in pietra. Il castello di Tintagel è stato visitato anni fa dagli autori del presente saggio con una conseguente forte delusione. Nulla a che vedere con il castello di Poggio Catino che possiede strutture più imponenti e che ha molto più fascino. Perché allora lasciare lentamente morire una testimonianza storica così affascinante che potrebbe portare lustro e indotto economico (turistico)? Perché ogni anno il castello di Tintagel viene visitato da migliaia di appassionati turisti che spendono i loro soldi nelle decine di negozi di souvenirs, che mangiano e bevono nei tanti locali ispirati ai cavalieri di re Artù e che quindi “mantengono” quasi tutta la popolazione della cittadina, mentre il castello di Poggio Catino è conosciuto praticamente solo dagli abitanti del paese e da una ristretta cerchia di studiosi di storia medievale?  Ma torniamo al castello di Poggio Catino.

Alcuni crimini, forse, possono esservi avvenuti, evidentemente e forse gravi rispetto all’uccisione di una donna ma non per questo non in grado di provocare sdegno negli uomini di buona volontà. Intorno agli Anni Settanta del Novecento, ad esempio, la proprietà del castello e dell’annesso palazzo nobiliare era stata acquisita da una ricca attrice francese, tal Yvonne Fourneaux che fece effettuare diversi lavori di ristrutturazione e in seguito la proprietà del castello passò a una ricca americana, che all’interno del bastione centrale ha fatto costruire con disinvoltura una orribile costruzione abusiva in tufo, addossata e cementata al muro medievale e che contiene dei cassoni per l’acqua in eternit (attualmente in disuso).

In seguito, intorno agli Anni Ottanta, uno degli ex sindaci del paese, Emeraldo De Felice, per realizzare delle case popolari con struttura in cemento armato da concedere presumibilmente ad alcune famiglie del luogo, ha fatto abbattere una parte annessa al castello di epoca medievale che conteneva antichi locali destinati forse a carcere e ad altri servizi dell’epoca. Gli anziani del paese raccontano che in tali locali demoliti ci fossero addirittura iscrizioni e graffiti di epoca medievale. Il progetto di realizzare case popolari venne in seguito bloccato e la costruzione moderna (addossata al lato sud del castello) ospita ora il centro congressi “la Dama Bianca”, uno stridente locale moderno scarsamente utilizzato destinato ad incontri e conferenze.

Auspichiamo che le prossime generazioni di amministratori pubblici possano tentare di salvare e di valorizzare ciò che rimarrà dell’inestimabile patrimonio che la storia italiana ci ha lasciato e che sovente viene lasciato deteriorarsi.

Le indagini presso il Museo Criminologico di Roma dove lo scheletro oggi è conservato

Il luogo dove ritenevamo di poter trovare degli altri indizi per la soluzione del nostro “giallo” era ovviamente il luogo dove lo scheletro della Dama Bianca è conservato dal 1934. La prima sede dell’attuale Museo Criminologico venne inaugurata il 19 novembre 1931 e trovò spazio presso la vecchia prigione seicentesca delle Carceri Nuove di via Giulia, fatta costruire da Papa Innocenzo X. Nel 1968 il Museo Criminale venne dismesso poiché i locali vennero convertiti ad altro uso, cosicché i reperti furono riposti temporaneamente presso il deposito del carcere romano di “Regina Coeli”. La sede più recente, riaperta nel 1975, con la dizione più scientifica di “Criminologico”, trovò collocazione nel Palazzo del Gonfalone risalente al 1827, fatto costruire da Papa Leone XII per destinarlo a casa di correzione per minorenni. Lentamente abbandonato sino alla chiusura, nel 1994 venne riaperto quale museo storico, sempre comunque dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia, contenente strumenti di supplizi in uso sino al primo Novecento. Come si legge sul sito ufficiale dedicato

«… Il Museo Criminologico nasceva nel 1930 e con esso l’Amministrazione penitenziaria realizzava un progetto che già negli ultimi decenni dell’Ottocento era considerato un utile supporto per lo studio del sistema penale e penitenziario, oltre che strumento scientifico per la formazione di funzionari e magistrati e di divulgazione al tempo stesso. Per alcuni decenni il Museo Criminologico ricevette grandi apprezzamenti anche all’estero grazie alla ricchezza del patrimonio storico e scientifico che custodiva; le vicende storiche successive lo costrinsero ad un graduale ridimensionamento fino alla chiusura che avvenne nel 1968. Nel 1991 fu avviato il progetto di ristrutturazione completato nel 1994 …»

Il museo nel corso degli anni ha acquisito una certa notorietà, anche internazionale, attirando visitatori provenienti da diverse parti del mondo e raccogliendo ottime recensioni. Nel 2016 però è stato chiuso, sembrerebbe definitivamente, poiché a detta dei responsabili della struttura i locali che lo ospitano in via del Gonfalone, sarebbero destinati ad uffici di alti funzionari del Ministero della Giustizia che ambirebbero alla posizione centralissima e prestigiosa dello stabile ottocentesco.

Il sopralluogo al Museo

Nel 2019 gli autori del presente saggio, dopo una strenua lotta contro la burocrazia, vinta grazie all’italico ingegno, hanno effettuato un sopralluogo al museo criminologico e hanno potuto osservare (informalmente) da vicino lo scheletro della Dama Bianca e il suo allestimento. La didascalia del pannello che illustra la cella con lo scheletro di Poggio Catino, protetto da una lastra di vetro, nella sua ultima formulazione, così riporta, (anche in inglese):

«L’identità dello “scheletro di Poggio Catino” è quanto mai incerta. L’unica notizia storicamente documentabile è che lo scheletro fu rinvenuto nel 1933, a Poggio Catino, paese in provincia di Rieti, all’interno di un torrione crollato di un palazzo baronale. La scoperta fu fatta da Vincenzo Biraghi, la cui famiglia fu per molti anni proprietaria del palazzo. Molti studiosi cercarono di ricostruire l’identità e la storia dello scheletro, attingendo da documenti d’archivio e leggende popolari. Fu cosi accertato che si trattava dello scheletro di una donna, di circa trent’anni, vissuta nel XVI secolo. Le cronache riportarono diverse versioni, mai peraltro riscontrate da dati certi. Biraghi, che aveva assistito al ritrovamento, raccontava che lo scheletro era stato rinvenuto in una cella, sotto le macerie del mastio, steso a terra con le braccia intorno alle gambe ripiegate, con ceppi ai polsi e alle caviglie. Tra le leggende fiorite intorno alla donna, alcuni scrissero che ella stata presa in ostaggio dagli Orsini che nel XVI secolo avevano espugnato la fortezza. Altri optarono per una storia romantica, attribuendo alla donna il ruolo di castellana e compagna del potente Geppo Colonna, signore di Poggio Catino. Innamoratasi, ricambiata, del castellano di Poggio Catino, per vendetta il Colonna l’aveva fatta rinchiudere nella cella sotterranea e fatta morire d’inedia. Quale sia la vera storia, nessuno può dirlo, resta il fatto che alla donna sconosciuta fu riservata una morte davvero terribile. Provenienza: Poggio Catino, Famiglia Biraghi, 1934».

Tale descrizione, che collima con quella riportata anche nel sito internet ufficiale del Comune di Poggio Catino, è sempre la stessa anche all’interno della pubblicazione “Museo Criminologico” a cura di A. Borzacchiello, 2003, quest’ultima allora responsabile scientifico del Museo. Ancora più sfuggenti le notizie sullo scheletro che compaiono in “Guida al Museo Criminologico di Roma”, Roma, 1975, sebbene offrano interessanti spunti di riflessione: «Sulla destra, prima di entrare, è stato ricostruito, un vano dove fu trovato lo scheletro di una donna murata viva, non identificata, con ceppi di ferro ai polsi e ai piedi ».

Considerazioni sull’allestimento museale.

Secondo le versioni letterarie che ricordano il rinvenimento ed il successivo trattamento, lo scheletro fu rimosso unitamente a tutta la compagine strutturale in cui lo stesso giaceva: pare una misura un po’ estrema che viene eseguita molto raramente e, di solo, per contesti archeologici di ben maggior portata. Tuttavia, D’Amelia, riferisce senza indugio, che «venne da Roma un’ispezione inviata dal Ministero di Grazia e Giustizia che ordinò la rimozione o meglio l’asporto radicale di quanto rinvenuto con le quattro pareti della cella, lavoro eseguito da abili esperti in materia. E tutto venne caricato e trasportato a Roma nel museo».

Sulla rete Internet si trovano varie foto dell’esposizione dello scheletro, una compare anche nel precitato catalogo del Museo del 2003 ma nel catalogo del 1975 della Dama Bianca non vi è traccia, né descrizione né foto: curioso particolare!

Abbiamo scelto immagini che, pur diverse tra loro, riconducono a due fasi distinte dell’allestimento della cella e dell’installazione dello scheletro. L’angolazione delle due foto è differente e pur rimanendo inalterata la descrizione del reperto sopra eseguita si notano, tuttavia, alcune divergenze. Ve le proponiamo con una descrizione delle varie differenze riscontrate:

Foto A) il muro di fondo della nicchia quadrangolare è costituito da grosse bozze di pietra chiara, travertino o calcare, ed una finestra cieca, con cornice, quadrangolare dotata di inferriata a maglia quadrata. I blocchi di pietra sono di forma cubica, ben commessi l’uno sugli altri. Dalla cornice della finestra pende una piccola lanterna ad olio con lungo “appendaglio”.

Lo scheletro è posto sopra un blocco cubico di colore ben più scuro di quelli visibili sulla parete di fondo ed in cui è infisso un grosso anello circolare. Le gambe sono stese e le mani poggiate sul bacino sono costrette da vincoli di metallo. Il busto lievemente reclinato così come la testa. Una brocca sbeccata giace sul pavimento alla sinistra del cubo di pietra che funge da sedile. Di questa, la citata letteratura non fa menzione alcuna.

Foto B) Il reperto, in posizione assisa, mostra il busto quasi eretto e frontale appoggiato all’angolo tra la parete di fondo ed il fianco della nicchia. Dalla cornice della finestra è stata rimossa la lanterna (essa è comunque – oggi – presente nell’allestimento, appesa alla parete sinistra della nicchia). Lo scheletro è seduto, gli arti in vincoli ma la testa, non più riversa, è in asse con il busto. La brocca giace sul pavimento alla destra del sedile e dello scheletro quasi in linea con il centro della soprastante finestra. Una eventuale considerazione viene in risalto dall’esame di altre foto presenti in rete; pur eseguite con la presenza di un vetro protettivo che nelle predette immagini non compariva, mostrano, in modo più definito, un curioso particolare già presente nell’immagine in cui compariva anche la lanterna appesa alla finestra. Precisamente, un foro quadrangolare presente nella muratura di fondo, sulla sinistra dell’immagine, lascia intravedere lo spessore della detta muratura che, sorprendentemente, pare di pochi centimetri, quasi si trattasse di un pannello decorato con i blocchi di pietra, di colore più chiaro rispetto al blocco usato come sedile. Del resto anche lo stipite della nicchia conforta questo tipo di osservazione.

Del resto, come si vedrà, la stessa scheda del museo che contempla la descrizione del reperto annota la presenza di uno scheletro posto entro un “cella riprodotta” o comunque di uno “scheletro conservato in una cella (ricostruzione)”, dato ben diverso da quello fornito dalla versione del D’Amelia per cui «[…] venne da Roma un’ispezione inviata dal Ministero di Grazia e Giustizia che ordinò la rimozione o meglio l’asporto radicale di quanto rinvenuto con le quattro pareti della cella, lavoro eseguito da abili esperti in materia. E tutto venne caricato e trasportato a Roma nel museo suddetto.».

Osservazione ed analisi dello scheletro

L’esame ravvicinato, seppur attraverso la lastra di vetro di protezione, ha permesso di constatare che le ossa sono congiunte a mezzo di filo metallico (anche in ottone) e la postura, apparentemente diversa da quanto emerge dalle notizie sopra analizzate, è mantenuta stabile mediante lamelle metalliche.

Un perno in metallo passante sotto il processo temporale (sotto il tubercolo articolare) e posto a contrasto tra l’osso temporale e la mandibola, mantiene quest’ultima in posizione serrata.

Lo sterno ed alcune parti cartilaginee della cassa toracica appaiono restituiti in cera o materiale plastico (colore giallastro).

Del pari, anche il colore delle ossa tendente al bianco ambrato per evidente perdita di sostanza organica per probabile esposizione ad ambienti secchi ed asciutti, quale la lunga esposizione in musei, ovvero in ambienti (o giaciture) basici in cui la base elimina la sostanza organica quali depositi rocciosi ad esempio connotati dalla presenza di carbonato di calcio che è il maggiore componente del calcare (contesti non infrequenti, appunto, nella Sabina) o della calce per le opere murarie. Sebbene la valutazione della colorazione non sia un indice univoco di valutazione diventa al contrario interessante il particolare per cui le ossa rinvenute a contatto con elementi metallici riportano le tracce e i segni delle ossidazioni: verdastre per rame o bronzo, brune per il ferro; le caviglie e polsi dello scheletro appaiono prive di tracce alcune che, verosimilmente, si sarebbero, al contrario, prodotte a seguito di una prolungata esposizione e contatto con il metallo dei vincoli. Ad ogni buon conto una delle prime attività di analisi che l’equipe aveva intenzione di svolgere era, logicamente, quella di effettuare una attenta ricognizione presso il museo criminologico di Roma, sia per acquisire documentazione relativa al reperto che per osservarlo attentamente da vicino e poi, al limite, effettuare dei prelievi di materiale osseo dello scheletro per effettuare una datazione precisa. Per tale motivo, uno dei due autori del presente saggio, Marco Strano, ha preso contatto con il Museo riuscendo a parlare telefonicamente (non senza difficoltà) nel settembre 2018 con uno dei responsabili, il dott. Luca Morgante, spiegando di voler effettuare una visita informale allo scheletro. Il funzionario, inizialmente prospettò “insormontabili difficoltà burocratiche” ma alla fine accettò di ricevere uno degli autori del presente saggio, Simone De Fraja, accompagnandolo personalmente con formale gentilezza e disponibilità nel museo e permettendogli la visione (senza però poter estrarre copie e scattare fotografie) del fascicolo relativo all’istallazione museale della Dama Bianca.

Per la precisione venne chiesto non solo di ispezionare lo scheletro ed il suo allestimento ma di visionare i documenti relativi all’acquisizione del materiale, ogni documento che illustrasse come, quando e perché fosse avvenuto quell’accessione.

Ci si aspettava di trovare una sorta di documento di consegna, di relazione sul ritrovamento ed il trasporto, magari qualche disegno od anche una foto. Il fascicolo presente nell’archivio del museo, in realtà è alquanto scarno, e contenente un verbale di presa in carico “…di uno scheletro proveniente da Poggio Catino…”; la cartella, almeno quella esibita, conteneva solamente due o tre foto dell’ambiente (non in cui venne rinvenuto lo scheletro ma di quello in cui fu allestito), alcune pagine di un dattiloscritto probabilmente ottenuto mediante carta–carbone o copiativa (macchina da scrivere, carta leggera e fuori formato standard). Il testo, una sorta di racconto/novella dai forti connotati fantastici ed ancora contrassegnato da ampie licenze letterarie, narra (anche a mezzo di discorsi diretti e dialoghi) la storia appassionata della donna [si sostiene fosse stata bellissima!] finita in catene a seguito di intrecci d’amore tra il signore di Poggio Catino e tal Geppo Colonna.

Tale romantica narrazione ha evidentemente ispirato ed alimentato tutta la letteratura ben più recente e, verosimilmente, influenzato poi anche il testo del D’Amelia. Ciò che preme evidenziare è che il dattiloscritto è a firma di Bartolomeo Rossetti, penna ben nota della tradizione popolare del Lazio; Rossetti si è spento nell’anno 2000. Nel corso della breve visita consentita a Simone De Fraja nei locali del museo è stato possibile comunque avvicinarsi all’installazione contenente lo scheletro con divieto di fotografia, nonostante il web contenga numerose foto della celletta e dei resti scheletrici sostanzialmente integri e senza perdite: insomma secondo “la versione ufficiale” venne rinvenuto a Poggio Catino e trasportato a Roma uno scheletro integro in ogni sua parte.

Davvero un colpo fortunato per Biraghi e per il neo museo criminologico all’epoca scarno di reperti. In realtà, l’esposizione della Dama Bianca, comprende anche una brocca frammentaria di cui, tuttavia, non si dà notizia nemmeno nella descrizione, anch’essa laconica e del solito tenore, che affianca lo scheletro; c’è quindi da dubitare si tratti di solo arredo suggestivo. Nello stesso pannello informativo, privo di alcuna nozione scientifica, si è tenuto comunque a precisare: “Provenienza: Poggio Catino, Famiglia Biraghi, 1934”.

La donazione dello scheletro al museo pare dunque riferibile all’anno seguente l’asserito rinvenimento. L’ispezione – seppur sommaria – della cella contenente lo scheletro, ha permesso di ottenere informazioni più concrete in merito alle vicende del ritrovamento dello scheletro anche ai fini di un miglior tentativo di identificazione e comprensione delle volumetrie della rocca di Poggio Catino e dei corpi di fabbrica, del contesto del ritrovamento (ambienti e materiali edili), sulla scorta delle indicazioni della letteratura sopra analizzata. Le informazioni ricavabili da tale consultazione sono comunque esigue. La scarna descrizione del reperto in mostra nel suo allestimento riporta esattamente che la cella è “riprodotta”, così come appare allo stato attuale.

L’esame della struttura, confermando quanto sopra ipotizzato, ha quindi rivelato che la cella in cui siede lo scheletro non è composta dai materiali reperiti sul posto a seguito di “un crollo di un torrione” ma è una semplice “cabina” in cartongesso o legno stuccato in cui sono riprodotti, scenicamente, i paramenti murari in blocchi mentre la griglia della finestra sembra oggettivamente in metallo. Si tratta dunque, sostanzialmente, di una riproduzione o ricostruzione scenica, così come onestamente affermato dalla scheda, di una verosimile condizione di prigionia allestita all’interno di un piccolo ambiente decorato e ricavato, mediante pannellatura.

Sergio Biraghi, il presunto testimone oculare del ritrovamento dello scheletro

Secondo alcune indiscrezioni, Sergio Biraghi, architetto nato all’inizio degli Anni Venti e nipote di Vincenzo Biraghi, proprietario del castello di Poggio Catino all’epoca del presunto ritrovamento dello scheletro, avrebbe assistito al macabro fatto. All’epoca Sergio Biraghi era un bambinetto che aveva circa una decina di anni, abbastanza per capire e forse poi per ricordare. Così raccontano gli abitanti di Poggio Catino e così ha confermato negli anni anche l’anziano architetto. Sergio Biraghi, che non risiedeva più a Poggio Catino ma si era trasferito da molti anni in un altro centro a nord di Roma, è stato contattato dagli autori del presente saggio nel 2019, sperando di ottenere maggiori informazioni e magari qualche documento. Biraghi si era rifiutato di avere qualsiasi contatto, di dare qualsiasi informazione. La spiegazione di questa sua “chiusura” fu data al nostro intermediario che aveva in tutti i modi cercato di organizzare un incontro. Sergio Biraghi aveva affermato di essere molto arrabbiato con gli abitanti di Poggio Catino e di non volere per tale motivo fornire qualsiasi cosa potesse dare visibilità e lustro a “quella gente”. La natura di tale astio nei confronti dei sui ex–paesani, a detta dello stesso Biraghi, sarebbe legata al fatto che il castello di Poggio Catino e l’annesso palazzo nobiliare di proprietà della famiglia Biraghi, sarebbe stato venduto nel primo dopoguerra a sua insaputa attraverso degli imprecisati raggiri.

Ma tutto questo perché avrebbe dovuto influenzare una interessante ricerca? Spiegazione, giustificazione o scusa che fosse tale silenzio, sulla veridicità di tale storia non si è potuto avere alcuna conferma e comunque rappresenta uno scenario non legato alla vicenda che stiamo raccontando, ovvero il presunto omicidio della Dama Bianca. Sta di fatto che Sergio Biraghi, negli anni, non ha mai voluto fornire a chicchessia informazioni e documentazione sullo scheletro e sul suo ritrovamento. Ma Biraghi, avrebbe potuto fornire qualche elemento in più o era più conveniente procrastinare il silenzio?  Intorno alla fine del 2019, dopo pochi giorni dal tentativo fallito di incontro con Biraghi, giunge però un colpo di scena.

Una signora di Poggio Catino, Patrizia Spurio, persona molto educata e in grande confidenza con Sergio Biraghi, incontra uno degli Autori del presente saggio (Marco Strano che abita a Poggio Catino in una vecchia casa addossata al castello) e porta una “missiva orale” da parte dell’anziano architetto. Biraghi aveva chiesto che fosse indicato agli autori del presente saggio il punto all’interno del castello dove sarebbe stato ritrovato lo scheletro. E Patrizia Spurio lo riporta con estrema precisione: a destra del piccolo ingresso della parte alta della fortificazione dove, a detta del Biraghi, sarebbe avvenuto il crollo murario che avrebbe dato alla luce il famoso scheletro.

La circostanza dell’emissaria di Biraghi è apparsa subito abbastanza singolare e non ha convinto pienamente gli autori della attendibilità delle notizie riferite dall’anziano architetto. Perché Biraghi si sarebbe rifiutato di incontrarci e di fornire informazioni e poi a distanza di poco tempo si sarebbe affrettato a indicare con precisione il punto esatto del ritrovamento dello scheletro (che poi era l’unica informazione di cui avevamo bisogno da lui)? Perché se effettivamente odiava gli abitanti del paese e non voleva fornirgli informazioni preziose si era premunito di dare a noi quella più importante di tutte? Ci vennero in mente le parole di Edgard Allan Poe, più o meno così: “…l’ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l’ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure se stessa…”

Ad ogni buon conto questa informazione doveva essere verificata e troverete degli elementi sull’esito di tali indagini nel prosieguo del nostro saggio. Ma il ruolo di Sergio Biraghi nella realizzazione della nostra inchiesta non è finito nel 2019. Nell’estate del 2021, infatti, l’anziano presunto “testimone oculare” accetta di incontrare un abitante di Poggio Catino, Guerrino Filippini, che per conto del C.I.C.A.P. (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) stava realizzando un documentario proprio sulla vicenda misteriosa della Dama Bianca ed a cui rilascia una specie di intervista dove ribadisce le solite cose, indicando – tra l’altro – anche a lui il medesimo punto di ritrovamento dello scheletro: dunque non ci aveva fatto alcuna confidenza speciale o nessuna concessione. Ma Biraghi aggiunge un elemento inedito e forse il destino di tutte le leggende e le favole, quello di accrescersi per stratificazione di particolari. L’armigero, che secondo la “storia” sarebbe stato ritrovato insieme alla Dama Bianca (forse in una celletta adiacente) e che in alcune leggende–popolari si sarebbe “dissolto” o polverizzato al momento della sua scoperta (dinamica fantasiosa probabilmente formulata per giustificare la sua non presenza nel corso degli anni in nessun documento ufficiale), in realtà sarebbe stato seppellito in gran segreto in una tomba senza nome nel cimitero comunale di Poggio Catino.

Per dovere di ricerca, anche se la notizia dell’armigero è apparsa abbastanza inverosimile, sono state condotte delle indagini nel cimitero del paese che però non hanno dato alcun riscontro. Sono stati effettuate preliminarmente delle analisi della documentazione cimiteriale comunale che ha consentito di individuare le diverse aree del cimitero e le epoche di sepoltura. In seguito sono stati fatti diversi ed infruttuosi sopralluoghi nel cimitero, osservando con cura tutte le lapidi risalenti al periodo del presunto ritrovamento dello scheletro. Niente da fare, nessuna tomba risalente all’epoca in cui sarebbe avvenuta la sepoltura dell’armigero presenta un “ospite” sconosciuto. Sergio Biraghi, personaggio ambiguo (rispetto a questa vicenda ovviamente) ed a nostro avviso scarsamente attendibile, è morto all’inizio di settembre 2021, pochi mesi prima dell’uscita di questo libro e portandosi quindi nella tomba i suoi pseudo–segreti sulla Dama Bianca di Poggio Catino.

Forse un racconto con un fondo di verità, forse solo una fantasia che ha trovato spazio nella storia, sfuggendogli di mano, forse un tentativo, reiterato nel tempo, di “coprire” delle iniziative di suoi parenti prossimi avvenute più di 80 anni fa… (Fallacia alia aliam trudit, ovvero “un inganno tira l’altro” – come argutamente scrisse Publio Terenzio Afro).

La leggenda della Dama Bianca di Poggio Catino e del suo fantasma (origine, fonti e testimonianze)

Gli abitanti di Poggio Catino raccontano da sempre di strani ululati e sospiri provenienti dalla parte più alta del Castello del loro paese, un bellissimo mastio arroccato sull’apice della collina. Per questi strani fenomeni, parroci ed esorcisti sono stati sovente scomodati nel corso dei decenni e con acqua benedetta e preghiere hanno tentato, invano, di porre fine a questo disturbo. Già tutto ciò è quindi ben promettente per il prosieguo dell’indagine. Nel tempo anche alcune congreghe di “ghost–busters” appassionati di fantasmi e di altri fenomeni paranormali hanno indirizzato la loro attenzione su questo luogo ricco di storia e tradizioni anche con penosi quanto infruttuosi appostamenti notturni. Gli oscuri accadimenti hanno trovato spazio anche in alcuni libri per così dire “minori” che però, con un po’ di fortuna, sono reperibili nelle biblioteche della Sabina.

Alla base di queste superstizioni popolari c’è una leggenda, che ha avuto origine in pieno Ventennio fascista (intorno all’inizio degli Anni Trenta) e che si è trascinata fino ai giorni d’oggi. È la leggenda della “Dama Bianca del castello di Poggio Catino”, triste ed emozionante al tempo stesso, ispiratrice di scritti letterari e anche di un piacevole cortometraggio in costume, realizzato dal videomaker Manuele Grilli.

Sulla leggenda della Dama Bianca forse è giunto il momento di proporre, almeno come alternativa, uno studio approfondito, condotto in quasi tre anni, che ha coinvolto studiosi di scienze forensi e criminologi, impegnati solitamente in indagini su casi reali ma che per passione e per rigore scientifico hanno deciso di occuparsi, per una volta, anche di fantasmi. Secondo variegate fonti letterarie, articoli di stampa e notizie tramandate fino ai giorni d’oggi tra gli abitanti di Poggio Catino, nel 1933 nel castello di quel paese della Sabina sarebbe venuto casualmente alla luce uno scheletro a seguito del crollo di un torrione. Una circostanza davvero strana, cosa sarebbe potuto rimanere integro sotto il cumulo enorme di macerie? Forse si dovette trattare di un crollo di una piccola sezione muraria le cui macerie furono ben presto sgombrate. Lo scheletro, secondo documenti (ufficiali e non), sarebbe appartenuto a una donna, vissuta approssimativamente tra la fine del secolo XV e l’inizio del XVI. La datazione sarebbe stata fatta da esperti intervenuti al momento del ritrovamento che avrebbero stabilito l’epoca basandosi sulla fattura degli oggetti rinvenuti all’interno della cella e sulle tecniche di muratura della stessa. Ma di ciò non vi è traccia alcuna: le cose cominciarono fin da subito a quadrare poco per i componenti di una equipe di ricerca criminologica avvezza a basarsi su prove concrete e non su illazioni.

Ma cerchiamo di andare avanti.

Lo scheletro, che non è stato mai identificato con certezza, secondo varie fonti informative, sarebbe stato rinvenuto con dei ferri contenitivi ai polsi e alle caviglie all’interno di una cella rettangolare con le pareti in blocchi di travertino squadrati e il pavimento in pietra.

Insieme allo scheletro della donna, in una celletta attigua, sarebbe venuto alla luce anche il corpo di un armigero che però si sarebbe “dissolto” in polvere al contatto dell’aria. Secondo la leggenda la vittima sarebbe stata quindi sepolta viva o sarebbe morta durante la prigionia e successivamente il suo cadavere sarebbe stato murato per ragioni da scoprire. Subito dopo il ritrovamento lo scheletro, insieme al materiale (i muri e i ceppi che aveva ai polsi) che costituivano la cella, sarebbe stato trasportato presso il Museo Criminologico di Roma dove tale cella sarebbe stata ri–assemblata e trasformata in una attrattiva per i visitatori con qualche intento didattico. A tal proposito, nel corso degli anni, si è sviluppata una leggenda parallela sul caso della Dama Bianca. Il fatto che il suo scheletro non avesse ricevuto una pietosa sepoltura e che invece fosse stato esposto per anni al fine di soddisfare i macabri interessi di stuoli di turisti, avrebbe fatto sì che il suo fantasma si aggirasse (e lo farebbe tutt’ora) sulle mura del castello di Poggio Catino.

 Secondo la superstizione consolidata tra numerosi abitanti del luogo e rinforzata anche nel tempo da diversi Sindaci del piccolo centro sabino, solo quindi recuperando lo scheletro dal Museo criminologico di Roma e riportandolo nel luogo dove sarebbe avvenuta la sua uccisione il fantasma potrebbe, finalmente, trovare pace e abbandonare quindi gli spalti del maniero. Del resto, ogni castello ha i suoi fantasmi, i suoi sotterranei ed i suoi scheletri. Perché Poggio Catino, piccolo paese arroccato tra i monti della Sabina, non avrebbe potuto avere la sua attrazione? Comunque, come anzidetto, la leggenda della Dama Bianca trova origine in diverse fonti letterarie e giornalistiche (oltre che naturalmente quelle orali diffuse dagli abitanti di Poggio Catino). Dovette essere Voltaire a sentenziare che il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno e questa frase continuava ad echeggiare ogni volta che saltava fuori la leggenda della Dama. Ci consultammo; decidemmo di approfondire la questione partendo inizialmente da ciò che era stato detto e scritto: ciò era particolarmente intrigante perché ormai la leggenda del misterioso ritrovamento si era cristallizzata e aveva trovato la sua nicchia nelle varie pubblicazioni. Simone De Fraja, per cominciare, recuperò il volume di G. Vico, “Il palazzo baronale di Poggio Catino”, [in “Lunario Romano. Palazzi municipali del Lazio”, Palombi, Roma, 1985 (nota 1. p.114)], che, a proposito di Poggio Catino, precisava che:

«Anni orsono, durante alcuni lavori di ristrutturazione delle antiche mura di difesa, è venuta alla luce una di quelle prigioni ed uno scheletro di donna incatenata per i polsi ad una parete. Poiché anticamente la violazione della fedeltà coniugale costituiva una gravissima colpa punita per lo più con la morte quando fosse stata commessa dalla donna, il popolino lo ha definito “lo scheletro dell’adultera”. Oggi, così come è stato rinvenuto, lo scheletro incatenato di quella sventurata fa parte del Museo Criminale di Roma in via Giulia».

Fu comunque Marco Strano che, in seguito reperì e diffuse all’interno dell’equipe il libro di A. D’Amelia “I Castelli di Catino e Poggio Catino in Sabina” [Siena, 1986, pp.27–28] che segnalava il curioso paragrafo “Un macabro scheletro muliebre rinvenuto ne1 1933 in una cella del carcere feudale del castello di Poggio Catino in Sabina”.

Secondo il testo, un amico dell’Autore (cioè del D’Amelia) aveva visitato il Museo Criminologico, allora sito in Via Giulia a Roma, ed

«era stato attratto da una celletta ricomposta o ricostruita ivi [ndr: non è certamente la stessa cosa] pervenuta dal castello di P. Catino e dentro uno scheletro con ceppi di ferro ai polsi e alle gambe (…) Il Sig. Vincenzo Biraghi, fratello ed amministratore del Dr. Prof. Umberto, fondatore della clinica S. Anna di Roma, nonché proprietario del castello [qui probabilmente s’intende la rocca e l’adiacente Palazzo] era ossessionato che nei sotterranei del Palazzo [forse il Palazzo baronale Olgiati] si trovasse il tesoro così detto della Madonna di Farfa».

Il Medico Umberto Biraghi, poteva quindi essere, forse, il personaggio di svolta nella soluzione di questa vicenda e di questa leggenda che è andata accrescendosi nel tempo. Facemmo allora subito alcune valutazioni, per dare concretezza a tutta questa fumosa storia per cui all’epoca dei fatti narrati, per essere amministratore del proprio fratello, è stimabile che il Sig Vincenzo Biraghi dovesse essere in piena età adulta.

Con facile esposizione linguistica vengono così introdotti nei vari documenti consultati degli elementi narrativi di radice romantica, dall’intramontabile gusto noir, ingredienti fondamentali anche per una leggenda: pare che castello, tesoro, catene e fantasmi, fanciulle e cavalieri, vadano sempre dì pari passo, meglio se la morte del soggetto è avvenuta in circostanze anomale. Ed infatti, prosegue D’Amelia, “…intorno al 1933, si erano verificati «fatti terrorizzanti, specialmente durante le notti: spiriti che apparivano materializzati, trascinio di catene pesanti, mani invisibili che tiravano le coperte».

La vicenda cominciava a presentare tutti i requisiti per poterla indagare più a fondo e magari ridimensionare un po’ il tutto. Il D’Amelia prosegue narrando che Vincenzo Biraghi aveva fatto scavi dappertutto «…nell’ambito del castello medioevale sino a spingersi sotto il pavimento della chiesa parrocchiale ma nulla era stato reperito. Tentò infine di scavare sotto i cumuli di terriccio e pietrame della zona detta delle carceri a destra dell’ingresso che immette nel giardino di Piazza S. Antonio [i.e. il cancello che immette al pubblico giardino]. Questo antico castello, oggi è di proprietà del Comune di P. Catino, ove recentemente ha installato la sua sede e i suoi Uffici…».

Parole ed inchiostro, dovettero alimentare serate e discussioni connotate anche da un certo piglio di serietà. A seguito di “cotanta letteratura”, ormai divenuta inconfutabile patrimonio di Poggio Catino, il sito istituzionale del Comune di Poggio Catino non poteva che riportare la vicenda:

«…L’identità dello “scheletro di Poggio Catino” è quanto mai incerta. L’unica notizia storicamente documentabile è che lo scheletro fu rinvenuto ne1 1933, a Poggio Catino, paese in provincia di Rieti, all’interno di un torrione crollato di un palazzo baronale. La scoperta fu fatta da Vincenzo Biraghi, la cui famiglia fu per molti anni proprietaria del palazzo. Molti studiosi cercarono di ricostruire l’identità e la storia dello scheletro, attingendo da documenti d’archivio e leggende popolari. Fu così accertato che si trattava dello scheletro di una donna, di circa trent’anni, vissuta nel XVI secolo. Le cronache riportarono diverse versioni, mai peraltro riscontrate da dati certi. Biraghi, che aveva assistito al ritrovamento, raccontava che lo scheletro era stato rinvenuto in una cella, sotto le macerie del mastio, steso a terra con le braccia intorno alle gambe ripiegate, con ceppi ai polsi e alle caviglie. Tra le leggende fiorite intorno alla donna, alcuni scrissero che ella stata presa in ostaggio dagli Orsini che nel XVI secolo avevano espugnato la fortezza. Altri optarono per una storia romantica, attribuendo alla donna il ruolo dì castellana e compagna del potente Geppo Colonna, signore di Poggio Catino. Innamoratasi, ricambiata, del castellano di Poggio Catino, per vendetta il Colonna l’aveva fatta rinchiudere nella cella sotterranea e fatta morire d’inedia. Quale sia la vera storia, nessuno può dirlo, resta il fatto che alla donna sconosciuta fu riservata una morte davvero terribile…».

La Dama e il suo fantasma, dalla letteratura locale, nel 2014, varcano i confini di Poggio Catino e finiscono sulle pagine nazionali de “Il Messaggero” (edizione di Rieti) di Venerdì 21 Febbraio 2014. Il quotidiano contiene infatti un ulteriore articolo sulla vicenda della Dama Bianca dal titolo “Poggio Catino, lo scheletro in catene di seicento anni fa”.

Pur non avendo nulla di nuovo da dire, l’articolo riesumava, quasi per un gioco del destino, lo spettro della Dama offrendolo in chiave cronachistica di tutto rispetto riproponendo la solita storia che, ad ogni passaggio, si arricchiva di particolari ed orpelli. Questo il testo integrale:

«… in questo Comune, nel 1933, venne ritrovato, all’interno di un torrione crollato di un palazzo baronale. A rinvenirlo, 81 anni fa, fu Vincenzo Biraghi, della famiglia proprietaria del palazzo. Lo scheletro, ben conservato, è stato poi portato al museo perché incatenato e testimonianza preziosa di una condanna dei secoli scorsi. E da allora cominciarono gli studi su a chi appartenessero quelle ossa, in quale periodo avesse vissuto. Furono analizzati carte e documenti d’archivio, cercate antiche leggende popolari. Ancora oggi, informazioni definitive non ci sono, ma la storia è stata ricostruita. É stato accertato, infatti, che lo scheletro è quello di una donna, di circa trent’anni, vissuta nel 1500. Colui che rinvenne le ossa raccontò che lo scheletro era all’interno di un’antica cella, sotto le macerie, steso a terra, con le braccia intorno alle gambe ripiegate, con ceppi ai polsi e alle caviglie. I dati certi si chiudono con la certezza che la donna subì una morte orribile, forse condannata a restare in cella, senza cibo nè acqua. E le notizie si incrociano con leggende e racconti popolari. Una di questa afferma che la donna sarebbe stata presa in ostaggio dagli Orsini che conquistarono la fortezza nel XVI secolo. Un’altra versione vuole che la giovane fosse una castellana, compagna di Geppo Colonna, signore di Poggio Catino. Ma la donna si innamorò di un altro castellano e, per vendetta, Geppo la fece rinchiudere nella prigione, dove morì di inedia. Quale che sia la provenienza, a distanza di seicento anni, lo scheletro nelle catene è una toccante testimonianza dell’epoca…».

Sulla leggenda della Dama Bianca Manuele Grilli, diligente funzionario comunale ma anche nel tempo libero appassionato e brillante videomaker, ha realizzato come anzidetto un simpatico cortometraggio (che si trova ancora su YouTube) e che di fatto ha seguito, come traccia, le informazioni presenti nel sito comunale. Grilli, in effetti non è mai sembrato particolarmente interessato al fatto che la leggenda possa non avere poi nessun riscontro nella realtà. Il suo obiettivo era infatti primariamente quello di realizzare un prodotto cinematografico piacevole con le scarse risorse economiche a sua disposizione e soprattutto coinvolgere come attori gli abitanti di Poggio Catino. Cosa che in effetti è avvenuta con dei buoni risultati.

Il cortometraggio ha avuto in questi anni anche la funzione di mostrare le tradizioni antiche dei paesi della Sabina nonché la bellezza dei luoghi.

Poggio Catino e la sua storia antica

Poggio Catino è forse uno dei borghi di maggior fascino della Sabina. É collocato su un’altura che dona ai suoi abitanti e ai suoi visitatori un panorama mozzafiato sulla campagna collinare laziale. Possiede due agglomerati di case e due centri storici medievali distinti, collocati a circa 600 metri l’uno dall’altro (Catino e Poggio Catino), governati però da una unica amministrazione comunale. I due agglomerati sono caratteristici e ricchi di storia, sovrastati da due castelli bellissimi, mantenuti purtroppo in cattivo stato e decisamente poco conosciuti e poco valorizzati. Poggio Catino si è infatti mantenuto negli anni abbastanza fuori dalle “rotte turistiche” di chi viene a visitare la Sabina e alcuni paesi limitrofi sono divenuti con il passare degli anni assai più noti e gettonati.

La storia “antica” di Poggio Catino

Dovendo affrontare l’analisi di un caso che si ritiene sia avvenuto nel passato (fine 1400 inizio 1500), si è cercato preliminarmente di studiare il territorio e la storia del paese che, come vedremo, è molto antica. Abbiamo preso in considerazione elementi conoscitivi a partire dal medioevo, consultando diversi testi e documenti ufficiali. In effetti la documentazione storica analizzata non consente il reperimento di notizie certe relative a Poggio Catino, a differenza del vicino insediamento di Catino. Non pare ad esempio condivisibile l’opinione diffusa, e ricorrente nei testi al riguardo, per cui l’insediamento di Poggio Catino abbia preso vita dalla necessità di ampliamento dell’abitato di Catino, costretto e limitato dalla esigua conformazione orografica su cui giace, nonché da esigenza di tener sotto controllo lo sviluppo politico ed economico, amministrato dalle signorie locali. Quanto indicato è pur sempre una possibilità ed una ipotesi.

Tuttavia, deve essere tenuto comunque in particolare considerazione il contesto di viabilità in cui Catino, e in particolar modo Poggio Catino, si trovano compresi anche mediante esame delle mappe del secolo XIX che conservano un assetto viario pressoché immutato da secoli. Alle falde del rilievo di Catino e di Poggio Catino, corre in senso nord–sud una direttrice di mezza costa di notevole importanza: nel Catasto Gregoriano è denominata come “Strada Comunale di Rocc’Antica” che oggi, sostanzialmente è ricalcata dalla Strada Provinciale SP 48 per Terni.

Inoltre, giunge unicamente a Poggio Catino, e non a Catino che si trova in gran parte isolato da dirupi e dalla profonda dolina, una direttrice trasversale per Rieti, valida alternativa della Salaria (oggi SP 46); dalla Salaria che si diparte da Roma, infatti, presso Corese si stacca una viabilità secondaria, oggi via Farense, che passando anche per Farfa e Poggio Mirteto giunge a Catino, nonché a Poggio Catino, e puntando ad ovest raggiunge Rieti. Per questa strada da Poggio Catino si giunge a Rieti, fulcro economico e politico della Sabina distante trenta km, con circa otto ore di cammino e circa un’ora e mezzo di cavallo (20 km/h). Numerose le proprietà che l’Abbazia di Farfa, soprattutto tra i secc. XI e XII, acquista o detiene proprio lungo le direttrici indicate non già per un mero controllo stricto sensu ma per uno sfruttamento dell’indotto che tali importanti rotte commerciali potevano significare per l’economia dell’Abbazia. Vie di comunicazione di rilevante interesse non solo economico e commerciale ma anche necessarie per il controllo e per il rapporto con il territorio nonché la gestione dello stesso. Così come evidenza infatti la documentazione del Regestum già successivamente al 1040, allorquando il governo dell’Abbazia passò dal lungimirante Abate Ugo all’operativo Berardo, e Farfa ebbe un vasto e capillare dominio sul territorio. Non pare altresì condivisibile la correlazione delle origini di Poggio Catino con quanto indicato in un noto passo del Chronicon Farfense ricavato da un elenco di proprietà abbaziali presente nel Regesto Farfense; passo che, di solito, viene segnalato per le terre tra cui il “podium” su cui Berardo di Farfa si asserisce aver edificato l’insediamento e la fortificazione dell’odierno Poggio Catino. Il documento in questione enumera le fortificazioni ed i contratti più rilevanti posti in essere dall’Abate Berardo di Farfa durante il suo governo: “castella quae suo acquisivit tempore Abbas Bernardus”.

Tra i vari beni viene acquistato “castelli catinensis duas partes de quinque, ex quibus postmodum podium ibidem fabricavit” (Reg. Farf. IV, doc. 809) e similmente nel Chronicon, si riporta: “castelli Catinensis duas partes de quinque, ex quibus postmodum ibidem fabricavit podium” (Chr. Far. I, p. 122). L’analisi del passo conduce, verosimilmente, a ritenere che il “podium” sul quale, successivamente all’acquisto, vengono innalzati fabbricati, peraltro apparentemente non fortificati, non sia lo stesso rilievo o “poggio” sul quale insiste Poggio Catino bensì quello su cui insiste Catino stesso. Berardo, pertanto, acquisisce i due quinti di proprietà della fortificazione di Catino nei quali, in seguito e proprio lì, realizza presumibilmente opere in muratura sul “poggio” o comunque pone in essere, proprio a Catino, una attività edilizia sul rilievo o poggio. É verosimile quindi che si tratti della costruzione dell’insediamento abitativo di Catino posto sulla parte sommitale del rilievo ed oggi alle spalle del caseggiato ovvero di un’area abitativa circostante il già esistente castello (inteso quale struttura ossidionale) di Catino. Dunque nessun preciso riferimento all’odierno Poggio Catino benché si possa pensare essere stato compreso, seppur non contraddistinto o non enumerato, negli ampi lotti terrieri. Con P. Toubert (Les structures du Latium mèdieval, 1973) si conviene sul punto che Poggio Catino sia una terra da incastellare ma non appare un problema demografico quanto un elemento del piano di espansione dell’Abbazia (come ad esempio Postmontem, vicino all’abbazia).

Proprietà e governo di Poggio Catino

Nelle varie descrizioni del “caso” della Dama Bianca di Poggio Catino vengono ascritte presunte responsabilità dell’omicidio ai proprietari del castello e appare quindi necessario indagare sui diversi “passaggi di proprietà” della fortificazione e degli annessi palazzi di abitazione. A tal fine proponiamo una sintetica cronistoria della costruzione del luogo: 1082 podium de Catino; 1093–1096 l’insediamento è limitrofo al bosco e foresta (operazioni di colonizzazione in fieri); 1102 “castellare” e 1102 “pertinentia” di Poggio Catino: non si condivide Toubert (p.301–302) il quale ritiene che Poggio Catino non comincia il proprio exploit come castrum autonomo se non in tale data, cioè quando appare come “castellare”. Al contrario, è probabile, che a tale data Poggio Catino non sia ancora decollato come fortificazione autonoma (o sia stata mai completata e tosto abbandonata) se si intende il sostantivo “castellare” come resti di struttura fortificata in rovina od obsoleta. Ulteriori informazioni vengono in rilievo dall’esame dai “pezzi giustificativi” riportati dal Marocco (Monumenti dello Stato Pontificio e relazione topografica, Tomo II, ad vocem Catino e Poggio Catino).

Da tale documentazione si rileva l’esistenza di due Notari di Poggio Catino:

  • Nel 1435 lo Statutum Castri Catini è redatto dal Notaio Luca di Antonio di Poggio Catino;
  • Nel 1464 è rivisto e redatto lo Statutum Castri Catini, nonchè il testamento di Giovanni di S. Eustachio, dal Notaio Antonio di Domenico dei Carluzi da Poggio Catino;

Lo stesso autore estrae la narrazione storica basandosi su tali documenti dai quali è opportuno trarre una sintesi schematica della titolarità dei diritti di proprietà su Poggio Catino e di coloro che, nel caso, potrebbero essere stati coinvolti dal presunto omicidio della Dama Bianca:

  • Anno 1392: due documenti (brevi di Bonifacio IX) riconoscono ed intimano in favore di Donna Paola del nobile Giannotto di S. Eustachio, l’immissione nel possesso per la metà dei diritti su Poggio Catino che era stato occupato da Paolo Savelli
  • Anno 1464: Giovanni di S. Eustachio, con testamento, lascia i propri diritti su Poggio Catino ai figli Ugo e Aloisio.
  • Anno 1477: Poggio Catino è compreso in un compendio immobiliare che viene devoluto alla Reverenda Camera Apostolica.
  • Anno 1478: il compendio, nel quale è compreso Poggio Catino, viene venduto a Rieti dalla Reverenda Camera Apostolica (papa Sisto IV).
  • Anno 1479: non essendosi perfezionato il pagamento dell’alienazione dell’anno precedente, il compendio viene rilevato ed acquisito da Medialuce Cicala da Genova.
  • Anno 1481: Medialuce Cicala lascia il compendio all’Ospedale S.Spirito dei Genovesi in Roma. Medialuce Cicala fu imprenditore e ambasciatore di Genova alla Corte Pontificia, di nobile famiglia originaria di Lerici.
  • Anno 1490 (circa): Poggio Catino è possesso del marchese Paolo Orsini. Egli fu Condottiero, morì a Castel della Pieve nel 1502; figlio naturale del cardinal Latino, militò a fianco del suo maestro e parente Gentile Virginio Orsini.
  • Anno 1597: Poggio Catino è possesso del marchese Latino (di Camillo) Orsini, morto nel 1584, fu condottiero e trattatista militare. Ebbe come figli Fabio, letterato e Virginio, condottiero al servizio del re di Spagna. Latino Orsini sposò Lucrezia, una figlia naturale del cardinale Bernardo Salviati.
  • Anno 1614: Poggio Catino è possesso del marchese Paolo Capizucchi. A quest’ultimo Poggio Catino pervenne tramite Camillo Capizucchi, condottiero deceduto a Colmar nel 1597. Questi aveva lasciato in favore del proprio fratello Mario Capizucchi di cui Paolo Capizucchi fu figlio.
  • Anno 1621: Poggio Catino, per vendita da Paolo Capizucchi, è possesso del marchese Settimio Olgiati (epigrafe chiesa di Poggio Catino riportata da G. Marocco).
  • Anno 1720: Poggio Catino è possesso di Marco Antonio Olgiati.
  • Anno 1721: Poggio Catino è possesso di Giovanni Battista Olgiati

Tenendo in considerazione la suddetta cronologia dei proprietari del castello di Poggio Catino, qualora nel prosieguo della nostra inchiesta si giungesse a una datazione precisa del presunto omicidio della Dama Bianca, si potrebbe individuare un possibile responsabile (atteso che si è ventilata l’ipotesi che il responsabile dell’uccisione potrebbe essere un personaggio di rango elevato e forse proprio il titolare del castello).

Un centro quindi ricco di storia le cui origini ricadono assai indietro nel tempo. Ma l’elemento che comunque ha dato una certa notorietà a Poggio Catino, rendendolo per certi versi presente sui principali motori di ricerca su internet, è stata proprio la vicenda della Dama Bianca e del mistero che si è consolidato dietro al ritrovamento del suo scheletro.

La Cold Case Unit dello Study Center for Legality, Security and Justice decide di prendere in carico il caso

Il Centro Studi per la Legalità, la Sicurezza e la Giustizia, fondato nel 1999, è una delle più antiche e prestigiose associazioni di criminologi e scienziati forensi italiani che conta più di 7000 associati in diverse nazioni. Al suo interno opera una “cold case unit” che studia crimini irrisolti per tentare di trovare una soluzione e che offre anche una attività consulenziale a Forze di Polizia, Magistrati ed Avvocati. Talvolta, un po’ per speculazione intellettuale e un po’ per testare i metodi di ricerca adottati dal team, ha preso in carico anche fatti avvenuti nel lontano passato, come nel caso della “Baronessa di Carini” in Sicilia (sec. XVI) che ha visto una attività di indagine durata molti anni e l’organizzazione di un meeting a cui hanno partecipato più di 700 studiosi provenienti da tutto il mondo. L’interesse del Centro Studi per il presunto omicidio della Dama Bianca di Poggio Catino in realtà è abbastanza casuale e dovuto in larga parte al fatto che la presunta “scena del crimine” ovvero il luogo di presunto ritrovamento dello scheletro, di fatto è collocata a poche decine di metri da una delle sedi del Centro Studi e anche dall’abitazione di Marco Strano, Presidente del C.S.L.S.G. e co–autore del presente saggio. La leggenda della Dama Bianca è stata quindi inizialmente appresa parlando con gli abitanti del paese ma anche, e soprattutto, visionando il simpatico cortometraggio di Manuele Grilli sulla vicenda.

Nell’ottobre del 2018 è stato ufficialmente presentato a Poggio Catino il progetto di ricerca sull’omicidio della Dama Bianca con una conferenza storico–scientifica a cui hanno partecipato grandi nomi del diritto penale italiano e delle scienze forensi, tra cui la D.ssa Mirella Agliastro, Magistrato di Cassazione e scrittrice, l’Avvocato Claudio Salvagni, brillante penalista del Foro di Como divenuto famoso per la difesa di Bossetti, la Psicologa Forense Roberta Sacchi, l’Avvocatessa Elena Fabbri da sempre schierata nell’ambito della tutela delle donne, il Criminologo Francesco Caccetta nonché Giovanni Sacrati, Maestro di Scherma medievale ed esperto di usi e costumi di quel periodo storico oltre che naturalmente Marco Strano, Criminologo esperto di cold case investigation, Presidente del C.S.L.S.G. e coautore del presente saggio.

L’evento, che si è tenuto “in pompa magna” nella sala consiliare del Comune, ha visto come chairman e “padrone di casa” l’ex Sindaco di Poggio Catino, Roberto Sturba a cui i partecipanti hanno promesso formalmente in quell’occasione di far luce sull’intricato caso della Dama Bianca e che ha affermato ai microfoni di Aracne TV (intervenuta per documentare l’evento), che sarebbe stata intenzione dell’Amministrazione Comunale quella di riportare lo scheletro nel paese sabino dove quasi 80 anni prima era stato prelevato.

Nei giorni seguenti alla conferenza di presentazione è iniziata la programmazione degli accertamenti da svolgere, così come previsto dalle check–list investigative che si utilizzano per tentare di risolvere i cold cases. Per prima cosa sono stati individuati alcuni personaggi in linea teorica in possesso di informazioni dirette sul caso e poi sono stati individuate delle possibili fonti documentali da consultare. Ulteriori elementi oggetto di interesse per il caso in esame sono stati individuati nel castello di Poggio Catino (dove secondo la leggenda sarebbe stato ritrovato lo scheletro) e naturalmente nel Museo Criminologico di Roma dove lo scheletro, dopo il suo ritrovamento, sarebbe stato collocato. Appare quindi evidente che con un simile approccio la composizione dell’equipe di ricerca doveva essere necessariamente di tipo interdisciplinare e contemplare, oltre alle figure classiche dell’investigazione criminale, anche esperti di storia e di architettura medievale nonché di usi e tradizioni medievali in considerazione del fatto che il presunto omicidio della Dama Bianca era stato collocato temporalmente nella leggenda intorno alla fine del 1400 e l’inizio del 1500. Come è tradizione del Centro Studi è stata quindi costituita una equipe multidisciplinare di ricerca coordinata da Marco Strano e composta da esperti di vari settori tra cui Simone De Fraja (Avvocato e saggista, esperto di fortificazioni medievali che è anche uno dei due autori del presente saggio), Priscilla Zanutel (Archeologa con esperienza nell’analisi di resti ossei), Gino Saladini (Medico Legale di grande esperienza), Marco Romani (Fotografo ed esperto di riprese aeree). Seguendo il metodo di studio sui cold cases utilizzato solitamente dall’equipe, sono state verificate le informazioni già in possesso del team e provenienti da fonti storiche e testimoniali e sono poi state fatte accurate verifiche di ogni elemento raccolto. Lo studio, durato circa tre anni, ha poi dato origine al presente lavoro.

guarda il servizio di Aracne TV sulla presentazione del progetto

https://www.aracne.tv/video/omicidio-della-dama-bianca.html