TELEMATIC JOURNAL OF CRIMINOLOGY

Cyber Security e Human Factor: il vero tallone d’Achille della sicurezza informatica (di Marco Strano- 2022)

Relazione al Congresso nazionale dell’A.I.C.A. Reggio Calabria, 27 ottobre 2022.

Mi chiamo Marco Strano e sono un Dirigente Psicologo della Polizia di Stato in quiescenza dal 2020 e attualmente senior consultant di un Dipartimento di Polizia nel sud della California. Mi sono occupato di cyber criminologia e cyber security a tempo pieno dal 1995 fino al 2005 e, in particolare, dal 2001 al 2005 ho diretto l’UACI (l’unità di analisi sui crimini informatici) della polizia postale e delle comunicazioni. In seguito ho continuato a occuparmi di Cyber Crime nell’ambito della consulenza aziendale sia in Italia che all’estero e ho continuato a fare ricerca soprattutto nell’ambito delle aziende.

Attualmente, nonostante l’attività di sicurezza informatica si sia molto evoluta sia in termini qualitativi ma anche in termini quantitativi questo per certi versi non ha contribuito a limitare i rischi. Il motivo è abbastanza banale: negli ultimi anni sono aumentati in maniera esponenziale le attività aziendali, di gestione della cosa pubblica e in generale della vita degli individui affidate a sistemi informatici.

L’accesso a internet l’utilizzo di smartphone e di computers e in generale le procedure affidate alle tecnologie digitali negli ultimi 20 anni sono aumentate a dismisura ed quindi chiaro che statisticamente sono aumentati anche i rischi di crimini informatici.

Anche il passaggio dall’identità fisica e documentale all’identità digitale per lo svolgimento di attività fondamentali nella vita dell’individuo e nelle procedure delle organizzazioni si sta progressivamente realizzando e questo offre ovviamente il fianco a un aumento degli illeciti informatici.

Non abbiamo a disposizione dei dati statistici attendibili sul numero reale degli attacchi informatici a singoli e a organizzazioni pubbliche e private. Solo una percentuale di tali illeciti viene infatti denunciata (perché le organizzazioni non vogliono quasi mai rendere pubbliche le loro vulnerabilità) e sovente le vittime degli attacchi non si rendono conto di averli subiti.

L’ambito del cybercrime dove abbiamo la possibilità di avere a disposizione dei dati più attendibili è quello delle truffe e delle frodi dove il volume totale sembra essere notevolmente aumentato negli ultimi anni.

È mia opinione che il fattore umano rappresenti ancora l’elemento cardine della sicurezza informatica e il suo studio deve quindi necessariamente affiancarsi allo sviluppo delle tecnologie e delle procedure di sicurezza.

L’elemento primario nel fattore umano legato alla Cyber-sicurezza, è ovviamente quello che viene chiamato tecnicamente “percezione del rischio”. Maggiore o minore percezione del rischio fa sì che l’utente di tecnologie informatiche adotti un meno di comportamenti sicuri, sia nell’ambito delle organizzazioni che a livello del singolo utente.

La percezione del rischio di attacco informatico è un elemento che degli psicologi appositamente addestrati sono in grado di misurare con degli strumenti analitici tipici della loro professione (tests, interviste, osservazione, ecc.). In altri contesti di rischio, e mi riferisco per esempio alle problematiche di sicurezza del lavoro nei cantieri, abitualmente vengono condotte ricerche o attività di prevenzione legati proprio alla percezione del rischio.

Mentre, per quanto riguarda i rischi nella sicurezza informatica, dove i rischi sono ovviamente legati alla possibilità di subire un danno per un illecito, le valutazioni sulla percezione del rischio negli utenti e nelle organizzazioni sono purtroppo ancora un’attività residuale nei percorsi di messa in sicurezza.

Quello che sembra essere (storicamente) più avanti rispetto ad altri ambiti è probabilmente il settore bancario che ha nella sua cultura organizzativa e nella sua cultura d’impresa il fattore sicurezza molto radicato.

Un altro settore che è storicamente più avanzato degli altri è quello militare dove il concetto di compartimentazione interna delle informazioni (per evitare gli attacchi insiders) ottenuto adottando una specifica formazione ed efficaci procedure di sicurezza anche nel flusso interno di informazioni tra componenti dell’organizzazione è un qualcosa che è da sempre fortemente radicato nella sua cultura.

Ma altri comparti aziendali sembrano invece ancora essere un po’ indietro rispetto al concetto del fattore umano nella cyber-security.

Le organizzazioni che vogliono adottare contromisure efficaci per evitare illeciti nei contesti digitali non devono quindi implementare solo le contromisure che vengono dette tecnicamente “difese perimetrali” vale a dire tecnologie per evitare che qualcuno dall’esterno di un’organizzazione riesca ad introdursi nel loro sistema telematico (quello che noi tutti conosciamo come attività di hacking) ma devono contemporaneamente migliorare la cultura della sicurezza (security awareness) delle persone che operano all’interno dell’organizzazione e naturalmente le procedure di sicurezza, prendendo esempio da quei comparti pubblici e privati che sono più avanti degli altri (comparto militare e comparto bancario).

CYBERCRIME E INVESTIGAZIONI

Sul versante investigativo la specializzazione di reparti investigativi o di magistrati diventerà sempre più anacronistica. Entro una certa un certo numero di anni probabilmente non esisterà più la polizia postale e delle comunicazioni o la sezione reati telematici dell’arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza perché in ogni forma di crimine sarà presente qualcosa di digitale, di informatico per cui tutte le forze di polizia, compresa la Stazione Carabinieri più remota o il Commissariato di Polizia più “periferico”, dovranno necessariamente essere in grado di mettere il naso in qualche illecito che a che fare con le tecnologie digitali perché il mondo diventerà così digitale nei prossimi anni che sarà impossibile ragionare delimitando mondi reali e mondi virtuali. Ci troveremo di fronte a un unico mondo con componenti reali e componenti virtuali fortemente interconnessi.

CRIMINAL PROFILING E CYBERCRIME

Nel profilo criminale tipico di coloro che fanno degli attacchi informatici c’è stata una modifica negli ultimi anni. Conoscere il profilo di chi fa gli attacchi è fondamentale a mio avviso per organizzare delle contromisure efficaci. Solamente conoscendo il comportamento e il profilo di chi ti può attaccare possiamo organizzare delle difese realmente efficaci.

Nell’ambito della cyber-criminologia gli attaccanti normalmente rientrano in due macro categorie: gli outsider e gli insider, vale a dire chi attacca una organizzazione o un singolo individuo dall’esterno (i famosi hackers) o chi invece l’attacco lo fa dall’interno perché è un membro dell’organizzazione oppure una persona che vive vicino al singolo individuo che viene attaccato.

Nel profiling una importante tipologia/classificazione riguarda poi il livello di competenza criminale di colui che attacca e qui e normalmente ci sono due macro categorie: i professionisti (gli esperti) e i dilettanti che hanno scarse competenze ma che comunque possono riuscire comunque a provocare dei danni.

Quindi il profilo che è possibile realizzare rispetto a un cybercriminale è primariamente un profilo che considera il ruolo nell’organizzazione (interno/esterno) e il livello di competenza tecno-criminale. All’interno delle macro categorie poi ci sono infinite sfumature naturalmente.

Riguardo il profilo di personalità dell’attaccante, abbiamo attualmente in corso una ricerca sul campo (in città universitarie statunitensi) che utilizzando interviste semistrutturate a giovani hackers, sta cercando di delineare il profilo di questi giovani criminali.

PROFILO DI VULNERABILITA’ DELLA VITTIMA

Un’altra tipologia di profilo che è possibile fare nell’ambito della cybersecurity riguarda le possibilità che un singolo individuo o un’organizzazione venga attaccata quindi una valutazione del rischio potenziale. Questo genere di profili considera normalmente le due variabili classiche che sono la vulnerabilità del target e l’appetibilità del target ma una valutazione basata su questi due elementi ovviamente potrebbe apparire banale e quindi vengono utilizzati degli altri fattori di analisi che servono per delineare l’andamento nel tempo del rischio.

La mia equipe di ricerca negli anni ha sviluppato dei modelli analitici predittivi in grado di valutare quali sono livelli di rischio di vittimizzazione da cybercrime per un’organizzazione e per un singolo individuo.

Per verificare la sicurezza di un’organizzazione da molti anni le società specializzate effettuano un vulnerability assessment che serve per individuare situazioni di rischio. Normalmente in queste verifiche intervengono diverse società specializzate in diverse aree di rischio che però sovente non comunicano tra loro. L’approccio progettato dallo scrivente inizialmente durante il periodo di servizio alla Polizia Postale e delle Comunicazioni e implementato poi in ambito civile attraverso un gruppo di ricerca, suggerisce invece un approccio integrato dove un unico gruppo di consulenti (coordinato) analizza contemporaneamente tutte le aree critiche di un’organizzazione. Un vulnerability assessment integrato è in grado di valutare quindi contemporaneamente gli elementi di rischio di intrusione fisica, informatica e psicologica all’interno dell’organizzazione da parte di soggetti esterni ostili o di insiders.

Il protocollo di ricerca da noi adottato per la messa a punto del nostro I.V.R.A (Integrated Vulnerability Risk Assessment) parte da un campione di aziende/organizzazioni e di singoli individui analizzando le situazioni in cui gli attacchi hanno avuto o meno successo e le caratteristiche organizzative, tecnologiche e psicologiche della vittima. Da questo genere di analisi emergono evidentemente gli elementi di appetibilità e vulnerabilità compatibili con il successo dell’azione illegale.

Il nostro I.V.R.A. è stato presentato per la prima volta (in versione beta) all’edizione 2014 di BAKUTEL, la prestigiosa convention sull’information technology che si svolge ogni anno in Azerbaijan ed è composto da diversi strumenti operativi per la valutazione e la prevenzione del rischio di attacchi informatici nelle organizzazioni pubbliche e private e nei singoli individui. Dopo più di 8 anni di sperimentazioni e di esperienze sul campo, questo metodo di analisi (I.V.R.A.) si è sviluppato ed è ora a disposizione di organizzazioni pubbliche e private. I costi dello strumento sono inoltre molto contenuti e i tempi di somministrazione sono molto rapidi (circa cinque giorni ogni 100 persone). Il protocollo di intervento prevede una fase iniziale di misurazione/valutazione e una fase successiva di correzione delle vulnerabilità.

Il C.S.L.S.G., il centro studi che presiedo, è uno dei più antichi d’Italia, fondato nel 1999 che continua a svolgere delle ricerche sulla sicurezza informatica, soprattutto quella legata al mondo aziendale ed è a disposizione per qualsiasi tipo di approfondimento nell’ambito del fattore umano della sicurezza informatica delle organizzazioni di singoli individui.

GANGS GIOVANILI E CRIMINALITÀ: SARÀ UN PROBLEMA ANCHE IN EUROPA?

Di Marco Strano

Le chiamano GANGS. In America rappresentano uno dei problemi criminali più gravi e sono collegate al traffico di droga e di armi e soprattutto agli omicidi (a Los Angeles e Chicago circa il 75% degli omicidi è riconducibile a guerre tra gangs).  Dal 2020 collaboro con un Dipartimento di Polizia a sud di Los Angeles e ho potuto osservare il fenomeno di persona.  Ogni ufficio di polizia della California ha attivato negli anni una specifica unità che si occupa di gangs. Nella zona di Los Angeles sono attive circa quaranta gangs, che si sono sviluppate negli anni Ottanta con l’immigrazione di messicani e asiatici. Le due gang più temute e violente sono i Crips e i Bloods che contano su un totale di 22mila membri e che hanno ispirato il film “colors”. La Crips Gang e la Bloods Gang, sono infatti identificabili dai colori che contraddistinguono gli abiti e altri simboli portati dai loro membri: il colore rosso è il colore distintivo degli affiliati alla Bloods, mentre il blu è quello della Crips. I due famigerati gruppi sono divisi in centinaia di sottogruppi che si affrontano quotidianamente in una guerra senza esclusioni di colpi che provoca ogni anno moltissimi morti. Le bande di origine Latinoamericana più famose sono i Latin King e i Neta. I Latin King furono fondati alla fine degli anni Quaranta a Chicago da cittadini portoricani con l’obiettivo di trasformare il mondo in una nazione latina. I Neta furono invece fondati da Carlos Torres Iriarte, detto la Sombra, un galeotto portoricano che pensava che i detenuti più deboli andassero protetti da quelli più violenti e organizzati. Ma anche dal mondo orientale giungono e si diffondono gangs giovanili pericolosissime. E’ il caso dei gruppi delinquenziali giapponesi che si ispirano alla Yakuza e che amministrano un vasto traffico di droga e altri affari illeciti.

Come ha scritto anni fa Samanta Castellan (ricercatrice presso l’Università di Trento) si possono individuare delle caratteristiche salienti delle gangs giovanili statunitensi (il modello americano). La tipologia di gang di impostazione statunitense ha le seguenti caratteristiche:

  • è guidata da un leader riconosciuto;
  • ha una ben definita gerarchia interna;
  • controlla un territorio, che generalmente coincide con il quartiere dove la banda ha avuto origine;
  • è stabile nel tempo;
  • è frequentemente coinvolta in comportamenti delinquenziali e in scontri, anche piuttosto cruenti, con le gangs rivali;
  • al suo interno è molto sentita l’appartenenza al gruppo;
  • tra i suoi membri vi è una forte coesione interna;
  • ci sono regole precise che tutti sono tenuti a rispettare e chi infrange tali norme viene severamente punito;
  • si distingue dalle altre gangs adottando un nome e altri simboli d’identificazione.

I principali simboli di identificazione delle gangs di tipo statunitense sono:

  • uno specifico vocabolario (parole in codice e modifica del significato di parole)
  • abbigliamento particolare
  • uso di oggetti di un determinato colore

Negli Stati Uniti la lotta alle gangs ha assunto carattere di una vera e propria guerra.  La polizia di Los Angeles le chiama operation hammer, che significa operazione martello. Le quasi ottomila unità che compongono i reparti anti-gangs sono addestrati ed equipaggiati alla stregua di marines con fucili a pompa e fucili d’assalto e vengono impiegati sul fronte di una vera e propria guerra nei ghetti neri ed ispanici ventiquattro ore su ventiquattro. Le operazioni martello prevedono l’impiego di elicotteri, blindati, rastrellamenti di interi edifici. Vengono eseguiti improvvisi blitz (spesso notturni) durante i quali le forze dell’ordine circondano le zone interessate con autoblindo ed elicotteri e poi invadono le case. Tutte le porte che non si aprono vengono sfondate. Spesso, prima di andar via, io poliziotti scrivono sui muri del ghetto teatro dell’operazione con lo spray L.A.P.D. rules, che vuol dire qui comanda il Dipartimento di polizia di Los Angeles. Ma quando la polizia se ne va li ricominciano a comandare loro. La trasformazione del Dipartimento di polizia di Los Angeles in un corpo paramilitare ha inizio negli anni ’50, a opera di William Paker, legato agli ambienti dell’estrema destra, il quale, appena insediato a capo della polizia, diede corso a un radicale processo di militarizzazione del Lapd (Division internal affairs della polizia), trasformandolo da accozzaglia di poliziotti con modesta professionalità in un moderno e super efficiente burocratico apparato poliziesco. Ma anche in Europa vedremo un giorno uno scenario del genere e dovremo affrontare delle compagini criminali così pericolose? All’inizio degli anni 2000 probabilmente le nostre forze di polizia sono rimaste un po’ sorprese e hanno forse un po’ “sottovalutato” il problema. In Italia le gangs delinquenziali su base etnica cominciano da qualche anno a farsi sentire. Attualmente sono prevalentemente composte da giovani dai 15 ai 25 anni. Alcune gangs sono composte dai figli degli immigrati ecuadoregni e di altre nazioni sudamericane che sono venuti nel nostro paese negli anni 90’, soprattutto a Genova e a Milano e poi trasferiti in altre città italiane (Roma, Firenze, ecc.). Questi immigrati è riuscito ad integrarsi abbastanza bene ma i loro figli hanno cominciato a vivere la strada e ad aggregarsi e alla fine hanno iniziato a porre in essere comportamenti devianti. Poi ci sono le gangs di giovani nordafricani che operano sia al nord (Milano e Torino) che nel sud (soprattutto nel sud della Sicilia) e si dedicano al traffico di droghe. Anche in Italia sono arrivati quindi da qualche anno i Latin King, ma anche i loro acerrimi nemici, i Neta, fondati negli anni Settanta a Porto Rico. Una ragnatela che ha il suo epicentro a Genova e che si sta espandendo a Chiavari, Milano, Torino, Roma, e un po’ in tutta Italia. A Milano i Latin King sono 100/200 ragazzi tra i quattordici e i vent’anni, per lo più ecuadoregni, che si riconoscono dalle bandane e i tre tagli verticali su un sopracciglio e frequentano le stazioni della metropolitana milanese. A Genova i Latin King sono circa 300 nel quartiere di Sampierdarena. I Neta genovesi (circa 150, i primi arrivati in Italia) sono nella zona dell’Acquario, in pieno centro storico. Anni fa ci è scappato anche un morto (Miguel). Ogni squadra ha il suo territorio e il nemico non può violarlo. Nelle loro riserve le bande commettono prepotenze, rapine, scippi e violenze sessuali. Reati per ora circoscritti all’interno delle comunità sudamericane. Nell’ambito delle gangs giovanili italiane, quelle che coinvolgono i più giovani, troviamo anche gruppi di ROM e bande di quartiere e poi ci sono i minori sfruttati dalle organizzazioni criminali. Ci troviamo al confine tra gruppi di bulli di quartiere e vere e proprie bande delinquenziali. Spesso provengono dalle aree di emarginazione urbane ma a volte si tratta anche di “figli di papà” che rapinano e taglieggiano i loro coetanei. La tossicodipendenza e l’alcolismo giovanile sono spesso la cornice di questo drammatico fenomeno. Il fenomeno gangs in Italia si manifesta infine anche attraverso lo sfruttamento di gruppi di minori da parte della criminalità organizzata. La ridotta punibilità del minore nell’ordinamento italiano li rende particolarmente utili per lo svolgimento di diversi traffici. La camorra e la sacra corona unita li usano per la distribuzione di droga e di merce di contrabbando. Operazioni di polizia nel corso degli anni hanno inoltre mostrato che i minorenni, vengono a volte presi “in affitto” da famiglie poco abbienti dell’est europeo. Venivano destinati a furti, al traffico di stupefacenti, all’accattonaggio e ed alla prostituzione. Chi si rifiuta viene minacciato e picchiato selvaggiamente. Insomma un problema, quello delle gangs giovanili, da mantenere sotto un costante monitoraggio per evitare che la loro pericolosità criminale possa aumentare negli anni e giungere fino a quella registrata negli scenari statunitensi.

References:
“13 American Gangs That Are Keeping The FBI Up At Night.” 2012. 27 May. 2014 <http://www.businessinsider.com/dangerous-american-gangs-fbi-2011-11?op=1>

“City of Los Angeles – StreetGangs.Com.” 2010. 15 May. 2014 <http://www.streetgangs.com/hispanic/cityofla>

“Drugs and Gangs Fast Facts – Department of Justice.” 2013. 15 May. 2014 <http://www.justice.gov/archive/ndic/pubs11/13157/>

“Gang – Wikipedia, the free encyclopedia.” 2003. 21 May. 2014 <http://en.wikipedia.org/wiki/Gang>

“Top Ten Most Wanted Gang Members – Los Angeles Police …” 2008. 15 May. 2014 <http://www.lapdonline.org/top_ten_most_wanted_gang_members>

“What Gangs Do – Los Angeles Police Department.” 2006. 15 May. 2014 <http://www.lapdonline.org/get_informed/content_basic_view/23469>

Simbologia templare e sette pseudo-religiose: un pericolo in espansione (di Marco Strano – 2022)

Nell’ambito del culto/interesse per la simbologia templare si trova una vasta tipologia di individui e di organizzazioni. Ovviamente ci sono studiosi e appassionati di storia medievale tra cui mi colloco anche io (da storico dilettante) come promotore per hobby di un progetto di trekking chiamato “Il Cammino dei Templari nel Lazio – Area della Sabina ( www.traccetemplarisabina.wordpress.com ). Poi ci sono diversi Ordini Cavallereschi – non riconosciuti dalla Chiesa Cattolica – che sono interessati alla dimensione spirituale (senza tentare quasi mai di circuire nessuno) e che talvolta promuovono anche positive iniziative sociali e di carità. Purtroppo, da una ventina d’anni si assiste, però ad un continuo incremento di sette neo-templari e l’incertezza per il futuro legato alla pandemia COVID ha ulteriormente aggravato la situazione. Ho una specifica esperienza professionale su tale argomento. Dal 2003, infatti, anno di fondazione dell’Ambulatorio Antisette Patrocinato dalla Regione Lazio) mi occupo come Direttore scientifico di studiare il fenomeno e di fornire una consulenza gratuita a coloro (ex adepti e familiari) che sono incappati in questo genere di culti distruttivi, ricevendo spesso anche minacce e intimidazioni.

https://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2010/03/17/Cronaca/Roma-Ambulatorio-Antisette-circa-500-richieste-daiuto-lanno-da-capitale-e-Lazio_174913.php

https://www.lastampa.it/blogs/2010/03/16/news/boom-di-sette-e-guru-1.37281183/

Nel periodo in cui ero in servizio presso la Polizia delle Comunicazioni mi sono poi occupato di analizzare le tecniche di proselitismo che questo genere di sette attua attraverso internet.

https://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/03/16/visualizza_new.html_1733971974.html

In questa veste voglio sottolineare quindi il fatto che la simbologia templare è stata utilizzata storicamente anche da vere e proprie “sette esoterico-religiose”, realtà pericolose e distruttive come nel caso del famigerato “Ordine del Tempio del Sole (OTS)”, inizialmente detto Ordine Internazionale Cavalleresco di tradizione solare, che è un gruppo esoterico neo-templare fondato a Ginevra da Luc Jouret e Jo Di Mambro.

https://it.blastingnews.com/curiosita/2017/07/lordine-del-tempio-solare-una-delle-sette-piu-deviate-della-storia-001892941.html

Questa setta (che si presenta come una sorta di ordine cavalleresco) è conosciuta principalmente per i suicidi di massa in Svizzera, Francia e Canada che hanno provocato 74 vittime nel 1994, 1995 e 1997 e per le controversie che sono scaturite da questi fatti. Proprio questa vicenda ha provocato un rafforzamento della lotta contro le sette in Francia. In Francia, l’OTS è considerato come una setta dal rapporto della commissione di inchiesta parlamentare francese del 1995.

https://it.wikipedia.org/wiki/Ordine_del_Tempio_Solare

Sempre di origine francese ma poi diffuso in altre nazioni, ricordiamo anche “L’Ordine del Tempio di Gerusalemme celeste” (OTJC), che in seguito ha cambiato nome come “Ordine dei Nuovi templari operativi” (ONTO), e che è stato ufficialmente sciolto su pressione delle autorità francesi alla fine degli anni ottanta. Più tardi il “rapporto Guyard” sullo stato delle sette in Francia, lo etichetterà in realtà come una “setta gnostico-esoterica” conosciuta anche come ECK (energo cromo kinesi o Energo Chromo Kinèse).

Marco Strano (Direttore Scientifico dell’Ambulatorio Antisette)

SITOGRAFIA DI APPROFONDIMENTO

https://www.lastampa.it/blogs/2010/03/16/news/boom-di-sette-e-guru-1.37281183/amp/

https://www.ilgiornale.it/news/piaga-satanismo-nel-lazio-12mila-i-fedeli-belzeb.html

http://www.club3.it/jesus06/0503je/0503je54.htm

http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2010/03/17/Cronaca/Roma-Ambulatorio-Antisette-circa-500-richieste-daiuto-lanno-da-capitale-e-Lazio_174913.php

https://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2012/01/05/news/satana-online-giovani-a-rischio-1.39078/

http://www.loritatinelli.it/2016/01/16/altro-che-satanismo-la-vera-emergenza-sono-le-psico-sette/

https://scienzamagia.eu/tag/ambulatorio-antisette/

https://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/03/16/visualizza_new.html_1733971974.html

http://www.vita.it/it/article/2004/12/09/universita-sacerdoti-a-scuola-di-esorcismo/39528/

Biografia degli autori e dei consulenti

MARCO STRANO

Psicologo e Criminologo è considerato uno dei massimi esperti di Psicologia connessa alla attività di polizia. Ha cominciato la sua attività professionale nelle Forze di Polizia nel 1981 come Ufficiale dei Carabinieri (Divisione Unità Speciali), poi, dopo alcuni anni, è transitato nel Nucleo Operativo Speciale dell’Ufficio dell’Alto Commissario Antimafia di Palermo occupandosi per 7 anni di operazioni di intelligence tattica e poi al suo scioglimento, nel 1991, ha operato per altri 10 anni come Agente Operativo in Italia e all’estero in una speciale unità dei Servizi di Intelligence della Presidenza del Consiglio dei Ministri (SISDE) nel contrasto alla criminalità organizzata e nell’analisi degli omicidi, maturando ulteriore esperienza sul campo dell’HUM.INT e nell’attività operativa tattica in ambiente urbano e in aree di campagna in Italia e all’estero. Nel 2001 è transitato a domanda nella Polizia di Stato come Direttore Tecnico Capo Psicologo (l’equivalente militare di Tenente Colonnello) dove ha inizialmente comandato per circa quattro anni l’U.A.C.I. (Unità di Analisi dei Crimini Informatici) della Polizia delle Comunicazioni, ottenendo brillanti risultati nel contrasto alla pedopornografia. In seguito, trasferito a domanda, è stato inquadrato nel comparto sanitario della Polizia di Stato, dove ha raggiunto nel 2018 la qualifica dirigenziale (Direttore Tecnico Superiore) prestando servizio presso il Comando Interregionale della Polizia di Stato (Lazio–Abruzzo–Sardegna) con compiti di Psicologia applicata all’attività di polizia. Dal 2017 al 2019 si è recato in USA per attività di collaborazione internazionale con la polizia californiana. Nel settembre 2019 ha lasciato la Polizia di Stato e ha cominciato a collaborare con un contratto triennale di consulenza (rinnovabile) con il C.S.U. Fullerton Police Department di Los Angeles, per organizzare esperienze di training congiunto tra operatori di polizia italiani e statunitensi e per sviluppare progetti di ricerca e formazione sulla psicologia degli operatori di polizia coinvolti in conflitti a fuoco e sul criminal profiling nei casi di omicidi irrisolti. Parallelamente all’attività operativa istituzionale, Marco Strano ha approfondito studi universitari di Sociologia dell’Organizzazione, di Psicologia e di Criminologia insegnando in diversi atenei ed effettuando alcune pubblicazioni scientifiche pionieristiche. È infatti il Presidente dello Study Center for Legality, Security and Justice (www.criminologia.org) un’associazione che dal 1999 studia tecniche innovative di investigazione e problematiche di psicologia degli operatori di polizia e dei militari e al cui interno è presente una equipe specializzata nello studio dei cold cases. É autore di 22 libri su tematiche criminologico–investigative e di più di 100 articoli scientifici in materie psicologiche e criminologiche. Nel 2004 ha partecipato come relatore al workshop “The Nature and Influence of Intuition in Law Enforcement: integration of Theory and Practice”, organizzato dalla Behavioural Science Unit dell’FBI a Quantico (Virginia) con il patrocinio dell’American Psychological Association, presentando un pionieristico studio sull’applicazione dell’intelligenza artificiale al criminal profiling.

SIMONE DE FRAJA

Avvocato, saggista e studioso delle fortificazioni medioevali. Si occupa prevalentemente della materia penale specie e scienza dell’investigazione e di alcune aree di diritto civile. Collabora alla Scuola di Formazione Forense di Arezzo, di cui è stato promotore e co–fondatore (oggi Fondazione Forense COA). Per la Camera Penale di Arezzo, della quale è stato Presidente, ha avuto parte, unitamente a magistrati e parlamentari, nel Convegno “Delitto e Castigo” (maggio 2005) con la relazione “L’impronta di Caino” con P. Margara ed è promotore di numerosi incontri relativi ai Corsi per Difensori di Ufficio nonché relatore o moderatore in convegni a rilievo giuridico e criminologico come, di recente, per il Convegno “La prova scientifica” (con L. Garofano, V. Saltarelli e S. Matone), 2015. Per la camera penale ha promosso ed ospitato la presentazione del volume “Lettere Francesca” a cura di F. Scopelliti (2016) nonché “Anatomia del potere giudiziario” a cura di di G. Guarnieri, G. Insolera, L. Zilletti (2017). Per l’Accademia Italiana delle Scienze Forensi è membro del Comitato Etico e durante il II Congresso Nazionale dell’Accademia ha partecipato con la relazione “Aspetti logico giuridici delle indagini e patologia del giudizio” (2018). É membro di associazioni culturali cittadine e nazionali, socio fondatore della Società Storica Aretina, di cui è Vicepresidente, per le quali ha tenuto conferenze ed interventi televisivi; collabora con il Quotidiano “La Nazione”. Consigliere della Fondazione Ferraguti Tomassetti. É stato Probo Viro e Consigliere della “Brigata Aretina Amici dei Monumenti”; per la Società Storica Aretina, di cui è socio fondatore e Vicepresidente (2018), è membro del Comitato Scientifico di redazione della rivista bimestrale e dell’area dedicata alla castellologia ed insediamenti medioevali. Collabora con il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze quale co–relatore di tesi relativamente a progetti di recupero di fortificazioni medioevali. Oltre ai saggi apparsi in riviste scientifiche accreditate si ricordano, tra le recenti pubblicazioni, «Fortificazioni Medioevali in Valcerfone, ricognizione e censimento», Società Storica Aretina, 2011, con la prefazione di Aldo A. Settia; «Fortificazioni Medioevali in Valmarecchia, il Comune di Badia Tedalda», Società Storica Aretina, 2013 con la prefazione di A. Fatucchi; «L’Altra Istanbul», Phasar Edizioni, 2014; «Nepi. Fortificazione e immagine», Phasar, 2015; «Le fortificazioni di Clemente V», Phasar, 2017; «Assedi e fortificazioni», Società Storica Aretina, 2018, con la prefazione di Aldo A. Settia, vincitore del “Premio Tagete” per la saggistica nel 2019. Nel 2020 con Aska ha pubblicato, con una prefazione di Luca Berti, «1384, la presa della città. Arezzo nelle mani di Enguerrand de Coucy».

MARCO ROMANI

Nato a Rieti, fin da piccolo ha avuto un forte interesse verso la fotografia. La prima macchinetta fotografica fu una polaroid istantanea all’età di 11 anni. Dopo aver cambiato svariate macchine e con l’arrivo del digitale passò finalmente alla prima reflex digitale unendo alla foto anche una nuova passione la post produzione. Dal 2019 con l’arrivo dei Droni, con a bordo obiettivi in grado di realizzare riprese video in 4K e fotografie di grande risoluzione Marco Romani ha iniziato ad occuparsi di fotografia aerea. Grazie ai droni realizza una fotografia paesaggistica da una prospettiva completamente differente, grazie alle altezze e angolazioni che non si potrebbero mai raggiungere con una semplice reflex se non grazie l’aiuto di un vero elicottero. Il suo principale obiettivo è quello di trasmettere emozioni attraverso uno scatto diverso dal solito, ma anche di valorizzare il territorio della Sabina (dove risiede). Ha realizzato le bellissime immagini aeree di Poggio Catino del presente saggio.

PRISCILLA ZANUTEL

Archeologa e presidente dell’A.P.S. Rerum Memoria (Roma) si è Laureata col massimo dei voti presso il dipartimento di Scienze dell’antichità dell’Università la “Sapienza” di Roma con una tesi sperimentale e durante il suo percorso accademico ha partecipato a studi e ricerche in diversi laboratori, scavi e corsi in ambito antropologico, tra cui il laboratorio di antropologia presso il museo delle civiltà (MuCiv); il laboratorio di Antropologia della Sapienza; il laboratorio su reperti ossei incinerati presso l’associazione OsteoArch di Milano; il laboratorio di antropologia su resti archeologici e contemporanei diretto dalla prof.ssa C. Cattaneo; lo scavo antropologico presso le catacombe di S. Mustiola (Chiusi) diretto dall’università di RomaTre e la Pontificia Commissione di archeologia cristiana. Ha frequentato il corso di Alta formazione sulle nuove tecnologie applicate alla bioarcheologia presso l’Università la Sapienza di Roma e possiede una ottima conoscenza di usi e costumi dell’epoca medievale. Nel presente lavoro di ricerca è stata una delle studiose che ha svolto accertamenti finalizzati a determinare il sesso dello scheletro della Dama Bianca conservato al Museo Criminologico di Roma.

Il mistero della Dama Bianca forse definitivamente chiarito?

Le iperstizioni sono “profezie autovverantisi”, cioè rappresentazioni della realtà, concezioni, credenze, interpretazioni, comportamenti e così via, il cui fondamento principale sono il marketing concettuale e la diffusione massiva attraverso i media digitali (definizione reperita su concetticontrastivi.org). Il termine è stato coniato da Nick Land, filosofo e scrittore britannico, padre dell’ “Accelerazionismo”, per definire delle notizie prive di alcun fondamento che però viaggiano nel tempo e assumono progressivamente sempre più credibilità. Per analizzare un caso di questo genere e per tentare di comprendere se la vicenda aveva un reale fondamento o se si trattava invece proprio di una sorta di “iperstizione” prodotta nel 1930 e che poi si è conservata e diffusa con successo (essendo funzionale a diversi contesti sociali, politici e culturali), abbiamo tentato di applicare un metodo scientifico, scomponendo il quadro informativo proposto da scritti e comunicazioni orali in diversi sottoelementi che sono stati poi verificati singolarmente. Il risultato della nostra analisi lascia però pochi spazi ai dubbi. Gli elementi salienti, costitutivi della leggenda della “Dama Bianca di Poggio Catino” e che poi si sono rilevati oggettivamente non veri, sono i seguenti:

  1. Lo scheletro contenuto in una cella all’interno del museo criminologico di Roma apparterrebbe a una donna uccisa in circostanze misteriose intorno alla fine del secolo XIV: notizia falsa (lo scheletro è di un uomo);
  2. Lo scheletro apparterrebbe a una persona uccisa all’inizio del secolo XVI: notizia falsa (da una osservazione esterna del reperto lo scheletro dovrebbe risalire alla seconda metà dell’800 e comunque in assenza di esame all’isotopo di carbonio ogni datazione è pura congettura attesa la mancanza di contestualizzazione del reperto al momento della scoperta);
  3. Al momento del ritrovamento di uno scheletro a Poggio Catino degli emissari del museo criminologico lo avrebbero prelevato insieme alle pareti della cella che è poi stata ri–assemblata nel museo: notizia falsa (la cella del museo che ospita lo scheletro è una ricostruzione in cartongesso); quindi nessuno smantellamento degli ambienti della fortificazione;
  4. Lo scheletro ritrovato a Poggio Catino avrebbe avuto mani e pieni legate da catene che sarebbero state portate al museo insieme ad altro materiale ritrovato nell’occasione: notizia falsa; i ceppi attualmente presenti intorno ai polsi dello scheletro nel museo sono dei mezzi di contenzione per le caviglie e attribuibili, apparentemente alla fine dell’800;
  5. Secondo Sergio Biraghi, nipote del proprietario del castello all’epoca del ritrovamento dello scheletro, il luogo dove sarebbe avvenuta la “macabra scoperta” sarebbe addossato a un muro, alla destra dell’ingresso alla parte alta della fortificazione e dove in passato c’era un torrione: notizia falsa (esperti di castelli, dopo accurati sopralluoghi, hanno escluso che nel punto indicato possa esserci stato un torrione poi crollato);
  6. Secondo Sergio Biraghi, al momento del ritrovamento dello scheletro della Dama Bianca sarebbe venuto alla luce anche un armigero, forse anch’egli detenuto in una cella attigua, che sarebbe poi stato seppellito in una tomba nel cimitero comunale di Poggio Catino: notizia falsa, da accurate indagini all’interno del cimitero comunale non ci sono tracce di tombe dell’epoca che potrebbero ospitare l’armigero.

In effetti avevamo avuto la sensazione fin dall’inizio che la storia della Dama Bianca fosse poco credibile per il semplice motivo che la ricostruzione della vicenda, così articolata, ricca di particolari, moventi, personaggi, dinamiche familiari ed economiche, fosse stata possibile semplicemente ritrovando uno scheletro senza nome.

Per non cadere nella trappola delle pseudo–scienze e delle conclusioni affrettate basate sull’intuizione e non sui risultati di un metodo scientifico, abbiamo affrontato il caso in maniera “avalutativa” escludendo progressivamente, come del resto suggerì Sir Arthur Conan Doyle, tutte le ipotesi impossibili per giungere a quella che probabilmente è la verità su questa intricata ed emozionante leggenda. Come sia stato possibile che una “fake new” come quella della Dama Bianca possa essere sopravvissuta nel tempo e anzi si sia amplificata, trovando addirittura spazio in opere letterarie e siti istituzionali ufficiali, è poi relativamente facile da comprendere.

La leggenda ha infatti tutti gli ingredienti per divenire appetibile e trasmissibile. È in grado di provocare emozioni forti, si riferisce a un terribile sopruso, riguarda una giovane e forse bella donna, si affacciano infine intricate questioni di tradimenti e infedeltà. “l’iperstizione” della Dama Bianca di Poggio Catino ha quindi visto, fin dal suo inizio negli Anni Trenta, una cospicua serie di “venditori di storie” e in seguito una pletora di creduloni che negli anni hanno tramandato la vicenda (in realtà mai avvenuta) attraverso scritti e pezzi giornalistici, arricchendola talvolta di ulteriori particolari fantasiosi ma privi di alcun riscontro. Su questo si è innestata poi con una certa facilità anche la superstizione del fantasma nel castello. Così facendo, in sostanza, hanno creato una leggenda che si è “storificata” nell’immaginario collettivo anche se priva di riscontri scientifici, documenti, materiali. In primis i responsabili e i gestori del museo Criminologico nel periodo fascista che pur certamente avendo contezza della montatura, hanno cavalcato la “ghiotta” leggenda della Dama Bianca, in grado, per sua natura, di stimolare impetuosi sentimenti popolari e di interessare morbosamente i visitatori. L’emozione che è in grado di generare il pensiero della fine orribile e ingiusta di una giovane donna è stata poi abilmente sfruttata e resa spettacolare negli anni per migliaia di ignari spettatori del museo criminologico di Roma. Poi, all’inizio del 2019, quando sono cominciate a giungere richieste sempre più insistenti da parte di studiosi insospettiti che avrebbero potuto far scoprire la messa in scena, i responsabili attuali del museo hanno tentato, forse per pudore, una ultima strenua resistenza a svelare ”l’inganno originale” dei loro colleghi del Ventennio, rendendo difficile l’accesso ai fascicoli ed ai documenti relativi all’installazione museale e non consentendo una osservazione “ravvicinata”, una ispezione accurata od analisi della presunta Dama Bianca. Ma questo non è stato sufficiente a non svelare tale inganno. E a questo punto un interrogativo sorge spontaneo. A chi appartiene lo scheletro maschile presente nel museo criminologico di Roma e sottratto per così tanti anni a pietosa sepoltura per soddisfare i pruriti macabri dei visitatori giunti da tutto il mondo? Noi abbiamo fatto la nostra parte per gettare luce nella vicenda della Dama Bianca. Lasciamo lo studio di questo ulteriore “case cold” all’iniziativa di altri solerti studiosi a cui auguriamo tutte le fortune.

Una cosa è però adesso certa: i suoni lunghi ed a volte inquietanti, simili a veri e propri ululati, che in alcune notti si sentono distintamente provenire dall’apice del castello e che turbano i sonni degli abitanti del centro storico di Poggio Catino, non sono le richieste di giustizia da parte del fantasma della Dama Bianca ma è il vento di scirocco, che forse da sempre a conoscenza dell’inganno, fa sentire beffardo le sue lunghe risate. Poggio Catino non ha comunque bisogno di fantasmi e leggende per manifestare la sua bellezza. Il suo fascino è nelle sue atmosfere antiche, nello spirito medievale che scaturisce da ogni pietra dei suoi vicoli, nei suoi panorami mozzafiato e negli sguardi saggi, consapevoli e sornioni dei suoi abitanti.

L’invito all’Amministrazione comunale di Poggio Catino di partecipare alle fasi finali della redazione della nostra ricerca non ha avuto risposta.

Un articolo del Giornale d’Italia del 1933 e una presunta pista per la soluzione del caso

Su “il Giornale d’Italia” dell’11 gennaio 1933 è stato rilevato un interessante articolo di stampa che documenta una circolare inviata dal Guardasigilli a tutti gli uffici dipendenti per cercare di reperire oggetti utili a rendere interessante il museo criminologico da poco inaugurato e che potrebbe essere rilevante per comprendere le ragioni di un eventuale “inganno” che si è celato dietro all’allestimento della Dama Bianca. Questa la trascrizione integrale dell’articolo.

«Il Museo criminale di Roma e la sua costituzione.

Il Guardasigilli ha diramato agli Uffici dipendenti una circolare per lo sviluppo delle raccolte del Museo criminale, aperto in Roma per tenere a disposizione degli studiosi quegli oggetti di particolare interesse che direttamente o indirettamente si riferiscono alla criminalità, cioè sia quelli che sono serviti alla perpetrazione dei reati, sia quelli che offrono la visione del processo di evoluzione dei nostri istituti penali e penitenziari. Il Museo che è in via di completamento, conserva per sua base una tripartizione: esecuzione del delitto, attività statale per l’accertamento del reato e per la condanna del reo, esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza. La prima parte dovrà suddividersi in sezioni corrispondenti alle grandi categorie dei delitti, riattaccandosi possibilmente alla distinzione stabilita dal nuovo codice, di delitti commessi con violenza e delitti commessi con frode. La seconda parte dovrà riferirsi a quell’attività statale, che va dai sistemi di indagini della polizia giudiziaria alla ricerca delle prove in sede giudiziaria sino alla condanna. La terza parte sarà destinata a raccogliere tutto quanto interessa l’esecuzione penale, sotto due punti di vista e perciò in due sezioni distinte, l’una riguardante l’azione dello stato nel periodo dell’esecuzione penale, l’altra attinente agli effetti dell’esecuzione sulle persone dei condannati. Il ministro richiama in modo speciale l’attenzione sulla necessità che sia dato conveniente sviluppo alle raccolte che formano la seconda parte del Museo, la quale è intesa a illustrare particolarmente l’attività della magistratura. Pertanto il Ministro invita le autorità dipendenti a segnalare al Ministero quegli atti interrogatori, confronti, ispezioni, esperimenti, perizie, verbali d’udienza, sentenze ecc., che per la loro importanza eccezionale siano meritevoli di essere conservati nel Museo Criminale, allo scopo di offrire agli interessati la possibilità di esame e di studio. L’importanza dei documenti va determinata sia a riguardo del valore intrinseco di essi, sia in rapporto ai riflessi sociali e politici inerenti al procedimento al quale i documenti si riferiscono. Le segnalazioni dovranno essere accompagnate da una precisa descrizione…»

Tutto questo era davvero interessante ed era in grado di fornire alcune spiegazioni alla nostra leggendaria storia ed alle sue origini; una sorta di movente. La necessità di trovare oggetti utili per il museo potrebbe aver spinto proprio Umberto Biraghi, Medico e all’epoca personaggio molto vicino ai vertici del regime (gestiva a Roma una clinica ostetrica molto in voga tra i gerarchi romani), al “recupero” di uno scheletro nella zona di Poggio Catino, utilizzato poi per l’allestimento della Dama Bianca.

Del resto all’epoca del presunto ritrovamento, Umberto Biraghi era impegnato nella ristrutturazione nel paese sabino di un vecchio convento (trasformato in scuola di infanzia) che conteneva presumibilmente anche sepolture di frati ospitati dalla struttura. Non si può quindi escludere che il Medico avesse all’epoca la disponibilità di alcuni scheletri che oltretutto nessuno avrebbe reclamato in caso di scomparsa.

Indagini e perizie svolte sula scena del crimine, sullo scheletro e sulla cella che lo contiene.

Tutta la storia, dunque, stava assumendo dei contorni sempre più sfumati e sempre meno solidi man mano che discutevamo del problema, delle piccole conquiste documentali, degli ostruzionismi che andavamo incontrando o dei sospetti sulla genuinità di tutta quanta l’architettura. Da Biraghi reticente allo scheletro che doveva essere per forza di una donna assassinata per gelosia e dunque bellissima! Un po’ troppo… Decidemmo dunque di proseguire, coinvolgendo anche altri soggetti qualificati che potessero offrirci il proprio contributo per cercare di svolgere una analisi “scientificamente supportata” sull’allestimento della Dama Bianca presente nel Museo Criminologico di Roma a partire dal 1934.

Sopralluogo e analisi del sito del presunto ritrovamento dello scheletro.

L’analisi accurata della presunta “scena del crimine”, ovvero del punto in cui secondo la leggenda sarebbe stato ritrovato lo scheletro è stata condotta nel 2019 da Simone De Fraja. Secondo le affermazioni e le indicazioni di Sergio Biraghi lo scheletro venne trovato nell’area interna della fortificazione, l’area adiacente al prospetto murario rivolto a nord ed all’angolo formato da segmenti murari spezzati in prossimità del saliente che oggi affianca il posticcio accesso al recinto. Biraghi, ed ormai la leggenda, narra che i resti vennero rinvenuti in seguito ad un crollo (si dice di “un torrione”). In quest’angolo di cinta non dovevano essere presenti torri o torrioni, come la struttura ormai semicilindrica esistente poco più ad est.

Questa sezione muraria è forse la migliore conservata sia per elevato che per qualità della tessitura muraria, apparentemente tutta originale e coerente con altri parti del recinto, salvo modesti interventi; inoltre questa porzione mostra in più zone la presenza di un intonaco degradatosi in modo omogeno quindi, sostanzialmente, rimasto complessivamente esposto agli agenti nello stesso periodo di tempo. Non si evidenziano parti relativi a crolli od esposizioni relativamente recenti o comunque sezioni murarie dalla differente conservazione. La parte bassa di quest’angolo della cinta mostra tracce di suddivisione in livelli e l’attuale piano di calpestio appare evidentemente rialzato. Apparentemente posticci risultano i setti divisori oggi in essere (differente muratura, pezzatura e utilizzo casuale del laterizio).

É tuttavia plausibile ipotizzare, in quest’angolo della cinta, l’esistenza di un edificio, una struttura abitativa, a pianta quadrangolare, una parete della quale (quella rivolta a nord) era costituita dallo spesso muro di cinta.

Rimane da spiegare, secondo la tesi del Biraghi, allora cosa fosse qui crollato negli Anni Quaranta, se una torre od un grande edificio abitativo, e come si sia potuto smaltire l’eventuale notevole accumulo di macerie atteso che tutto quanto sembra rimasto fermo da lungo tempo. Appare evidente che il modesto ricetto ricavato in quest’angolo di cinta, nelle forme attuali, sia stato ottenuto in un secondo tempo, e per scopi differenti. Che l’individuo, donna o uomo, sia stato imprigionato, con i ferri costrittivi e fatto morire di stenti (questo narra la leggenda), qualunque ne sia stato il motivo (lasciamo stare gli intrighi amorosi), e successivamente murato vivo per continuare il supplizio o la condanna (come potrebbe suggerire l’esistenza di un contenitore in terracotta per l’acqua e prolungare l’agonia) appare alquanto improbabile. Parrebbe semmai più probabile che lo stesso possa essere stato obliterato nella muratura (si sarebbe dovuto ricavare una nicchia in spessor di muro) una volta deceduto: ma a questo punto apparirebbero superflui i ferri di contenzione che, comunque, non appaiono adeguati allo scopo e non sembrano nemmeno coevi all’epoca in cui si è voluto contestualizzare la leggenda. Già, infatti, la leggenda è posta in un generico XVI secolo, più o meno, sembrerebbe dal sol fatto di aver trovato della ceramica datante. Ma anche sulle sorti di tali reperti non vi è traccia (ad esempio una relazione del rinvenimento e nemmeno nel documento di acquisizione del museo), se non scenica, nell’allestimento museale corredato, vieppiù, di una lucerna in metallo. Di questi reperti di corredo, anche la leggenda, nelle forme più genuine, non parla mai.

Non vi è altrettanta traccia negli Statuti del tempo o nella prassi di giustizia criminale, salvo imponderabili episodi creativi, che qualcuno potesse essere giustiziato e condannato a simile sorte; a meno che non si trattasse di un omicidio il cui corpo doveva essere fatto scomparire in breve tempo e non già il frutto di una sentenza espressione di un giudizio secondo legge. Corpi murati ne sono stati trovati occultati all’interno di pareti, ridotti al minimo ingombro, a volte con la calce direttamente a contatto con i tessuti che si sono conservati (e verosimilmente non avevano i ferri agli arti, una lucerna e una brocca per l’acqua). Soprattutto la calce e l’isolamento anaerobico avrebbero restituito un corpo in condizioni conservative ben diverse. Qualora non fossero state trovati gli oggetti di corredo (scenico), qualora le misure di contenimento fossero state adeguate, a prima vista il ritrovamento sarebbe potuto apparire come una capsula del tempo relativa ad una “prigionia dimenticata” e non ad una condanna con tutto il resto degli orpelli, come richiede la leggenda.

Analisi dei ceppi ai polsi e alle caviglie dello scheletro

Studiando il materiale disponibile in Internet, Simone De Fraja reperì una pubblicazione fondamentale in materia di collezionismo strumenti di contenimento. Contattò l’autore per esporgli la questione della Dama Bianca. J.M. Robin è uno studioso francese, esperto e collezionista, autore di “Entraves, Fers & Menottes”, opera in quattro volumi corredata oltre mille foto di pezzi storici anche appartenenti alla propria collezione. Per nulla sorpreso ed anzi incuriosito dalla richiesta Robin rispose nel giro di qualche giorno:

«J’ai vu les photos, mais il y a pour moi des incohérences. Le squelette a les mains placées dans des menottes beaucoup trop grande ! Ce sont des bilboes ou ceps qui étaient normalement destinés à être placés aux chevilles du prisonnier. Cette pièce ne comporte pas de serrure. Les chevilles sont placées dans des entraves équipées d’une serrure à pêne avec ressort(s) en paillette et clé poussoir. […] Ce moyen de contention est apparu au XVIe siècle et à été utilisé jusqu’au XVIIIe. Mais cette pièce était conssue pour les chevilles des prisonniers et non pas pour les poignets! De plus, la teinte de ces pièces me semble avoir été repeintes en noir, ce n’est pas la couleur d’origine du fer. (voir photos jointes). Il est clair que les poignets pouvaient facilement sortir du bilboes. Je pense qu’il s’agit ici d’une mise en scène pour décor d’une cellule d’époque». (traduzione): «Ho visto le foto, ma ci sono incoerenze per me. Lo scheletro ha le mani entro manette troppo grandi! Questi sono vincoli o ceppi che erano normalmente destinati a essere collocati alle caviglie del prigioniero. Questo strumento non ha una serratura. I tasselli sono posizionati in catene provviste di un chiavistello con molla e chiavetta. […] Questo mezzo di costrizione apparve nel sedicesimo secolo e fu usato fino al diciottesimo. Ma questo pezzo era concepito per le caviglie dei prigionieri e non per i polsi! Inoltre, il colore di questi pezzi mi sembra sia stato ridipinto di nero, non è il colore originale del ferro. (vedi foto allegate). È chiaro che i polsi potrebbero facilmente uscire dai ceppi. Penso che questa sia una messa in scena per una cella d’epoca (lunedì 24/12/2018 10:22)».

Simone De Fraja chiamò in causa anche l’amico Massimiliano Righini, attuale Vicepresidente della Sez. Emilia Romagna dell’Istituto Italiano dei Castelli, qualificato studioso di oplologia, che fornì queste riflessioni sui ferri che cingono i polsi nell’allestimento Dama Bianca nel museo criminologico di Roma:

«…come anticipato per le vie brevi cercherò di fornirti alcune considerazioni, basate solo sulla mera analisi delle immagini, in merito allo scheletro di donna ritrovato negli anni trenta nel palazzo di Poggio a Catino, e ad oggi esposto presso il Museo Criminologico di Roma. Lo scheletro presenta, ai polsi ed alle caviglie dei ceppi di costrizione, denominati nella letteratura specifica anche come “gambali”, ideati per essere utilizzati negli arti inferiori. Questi erano costituiti da un perno centrale su cui si infilavano gli anelli di costrizione. Un lucchetto posto ad una delle estremità serrava il tutto. Lo stesso sistema poteva essere impiegato per la costruzione di manette che impiegavano anelli di contenzione più stretti. Sullo scheletro di Poggio a Catino sono presenti due strumenti di contenzione del tutto simili a cavigliere. Infatti anche quelli che serrano i polsi, anche se forse leggermente più piccoli rispetto agli altri, sembrano troppo grandi per poter bloccare con efficacia i polsi di una donna. Entrambi i ferri si presentano nelle forme diffuse, nel mondo occidentale, a partire dal XVIII secolo con una continuazione di uso sino all’inizio del Novecento. Un riscontro iconografico di questi strumenti è possibile con quelli raffigurati da Francysco Goya in due acqueforti databili tra il 1808 ed il 1814. Lo stato di conservazione è cattivo, entrambi presentano una forte corrosione superficiale forse frutto di un ritrovamento archeologico……»

Perizia di Priscilla Zanutel sul presunto sesso dello scheletro

La valutazione sul sesso della persona a cui apparteneva lo scheletro conservato nel Museo Criminologico rappresentava un importante, forse determinante accertamento per valutare l’attendibilità dei racconti sulla Dama Bianca. Il team ha quindi richiesto una relazione “formale” antropologica della D.ssa Priscilla Zanutel, Archeologa e Presidente dell’A.P.S. Rerum Memoria (Roma) che per il suo lavoro ha maturato una certa esperienza sullo studio di reperti ossei anche molto antichi. Questo il testo della sua relazione riportato integralmente.

«…L’incarico di studio è giunto da parte dell’equipe sui cold cases del C.S.L.S.G. sul presunto omicidio di una donna, omicidio che alcune fonti letterarie e giornalistiche farebbero risalire tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Lo studio è avvenuto attraverso una disamina su dei reperti fotografici e l’obiettivo primario del mio incarico era quello di cercare di stabilire con buona approssimazione il sesso dell’individuo in questione. Questa tipologia di esame, per essere particolarmente accurata, richiede in verità uno studio diretto sugli elementi ossei; ma poiché questo non è stato possibile, a causa dell’irreperibilità del reperto, dovuta all’impossibilità di accedere ai locali del Museo Criminologico di Roma dove il reperto (lo scheletro) risulta conservato, le mie analisi si sono svolte cercando di prendere in considerazione elementi visibili dal supporto assegnatomi. Dalle immagini fornite non è stato possibile fare una valutazione sul sesso dell’individuo utilizzando il bacino, giacché la sua postura e l’angolazione della foto non ne permettono un’osservazione ottimale. Passando al cranio, quindi, sono stati presi in considerazione degli aspetti con un buon grado di attendibilità: arcata sopraccigliare (A), processo zigomatico (B), processo mastoideo (C), angolo goniale (D). L’arcata sopraccigliare (o sopraorbitale) si presenta molto robusta e marcata; il processo zigomatico è anch’esso poderoso e spesso; il processo mastoideo è molto grande e pronunciato; la mandibola è robusta e l’angolo goniale (o mandibolare) è marcato. Tutte queste caratteristiche sono proprie degli individui di sesso maschile. Con buona probabilità quindi, si potrebbe affermare che il corpo preso in esame sia appartenuto ad un uomo anziché ad una fanciulla.»

Il Castello di Poggio Catino e lo studio della presunta scena del crimine

La presunta “scena del crimine” vale a dire il luogo dove sarebbe stato ritrovato lo scheletro, è situata all’interno del castello di Poggio Catino e più precisamente nella parte più alta della rocca. Ci è apparso quindi necessario effettuare preliminarmente uno studio accurato del castello di Poggio Catino, delle sue origini e del suo sviluppo architettonico. Podium de Catini (Poggio Catino) secondo diverse fonti storiche nacque a seguito di un’operazione di incastellamento di un insediamento sparso situato vicino al “Castrum di Catino”  voluta dall’Abbazia di Farfa per rendere più efficiente il proprio sistema difensivo e per accogliere una popolazione più consistente non avendo Catino la possibilità di un ampliamento urbanistico vista la difficile orografia del suo posizionamento (dinamica su cui, come anzidetto in un capitolo precedente, gli autori del presente saggio non concordano appieno). Notizie storiche circa la sua nascita sono riportate nel Regesto Farfense (IV – Doc. 809–An. 1047 – 1089, pag. 211) e nel Chronicon Farfense (II – pag. 122) di Gregorio da Catino. Fra i beni che l’Abbazia acquista esiste anche il “‘Podium” e su questo colle Bernardo I costruì il nuovo Castello verosimilmente nel decennio 1070 – 1080.

Nel libro di G. Marocco, Monumenti dello Stato Pontificio e relazione topografica, edito a Roma, nel 1833 (Tomo Il, ad vocem Poggio Catino, pp. 19–20) troviamo la seguente descrizione (riportata integralmente con quelli che potrebbero sembrare ora degli errori ortografici ma che sono legati alla scrittura antica):

«…Questo luogo dona il titolo di Marchesato all’ illustre famiglia Olgiate, titolo stabilito da Clemente VILI li 13 agosto 1596 a favore dÉ signori di esso castello con assoluta autorità e dominio” L’arcipretura e chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola di Bari è«posta da un lato del palazzo baronale Olgiate, abbastanza vasto, poiché vi sono quattro appartamenti l’uno dall’altro ordinatamente divisi, cui è contiguo un vago giardino. Le strade interne sono un poco scoscese, ma il breve tratto di quella del sunominato Borgo è piana, e molto decente. L’unione del fabricato di tutto il castello forma il suo muro di circonferenza, e reca nel suo totale la figura di un cembalo, avente però quattro torrioni all’intorno, come dietro la chiesa parrocchiale osservansi le vestigia di un “antico fortino”…».

In pratica tutto l’abitato del centro storico di Poggio Catino avrebbe in passato costituito “il castello”. Da questa sommaria descrizione, risalente alla prima metà dell’Ottocento, si comprende infatti che l’abitato è delimitato da una cinta muraria in alcuni tratti costituita anche dalle mura delle abitazioni, che ricorda la forma di un cembalo, strumento musicale vicino per forma e meccanica al pianoforte.

Il perimetro di questa cinta è segnato da quattro torri benché le indagini svolte permettano l’individuazione di cinque torri (a sezione circolare) e strutture salienti, anche per gli accessi, secondo spezzate ed avanzate. Da notare come la più antica rocca, posta sulla sommità del rilievo, lambita e collegata alle mura, più tarde, sia interpretata dal Marocco come “antico fortino”, con espressione sette–ottocentesca. Sul testo V. Stazi Fabrizi, Mille anni di storia di Catino e Poggio Catino, stampato nell’anno 2002, ed edito a cura dell’Associazione culturale “Oltre il Ponticello” unitamente alla Pro Loco di Poggio Catino ha riguardato, scrive Raffele Ricci, la trascrizione dell’opera di V. Stazi Fabrizi (Catino 1864 – Poggio Mirteto 1935); Silvano Soavi, inoltre, «ha curato la pulizia delle tavole e ridato colore agli stemmi, così come ricorda di averli visti nell’originale dell’opera mai finito».

Ed infatti, ai fini dell’indagine, il contributo più importante di questa stampa è proprio la tavola che propone una veduta naif di Poggio Catino preso da ovest nonché una planimetria dell’abitato entrambe corredate da didascalie nonché dalla dizione “Poggio Catino, prospetto e pianta verso l’anno 1500”.

Non è del resto indicato da quale documentazione V. Stazi Fabrizi tragga questi elementi che del resto appaiono abbastanza verosimili e in buona parte confermati dalle tracce materiali oggi esistenti e verificate mediante ispezione in loco. Tale contributo sì è rivelato importante per la individuazione del tracciato delle mura e della “rocca”, seppur ristrutturata, evidentemente precedente alle mura stesse.

Interessante notare l’autonomia del fabbricato della “rocca” rispetto all’entità “castello”: con quest’ultimo termine, infatti, con una terminologia più tarda rispetto a quella pienamente medioevale, viene chiaramente indicato tutto il borgo fortificato e la tavola, alla lettera H, individua le “mura forse doppie dette La Scarpa che circondano tutto il castello”. La parola “castello” può riferirsi ad una ampia varietà di strutture, dall’antichità al secolo XVII; assume significati che variano sia in relazione al contesto geografico sia in relazione al contesto cronologico documentale in cui la stessa è impiegata, sia in relazione alla permanenza o trasformazione linguistica in una data compagine culturale. Già prima della evoluzione architettonica moderna, “castello” diviene pertanto e soprattutto se circondato da mura, l’abitato fortificato nel suo complesso all’intimo del quale persiste, evoluta nelle forme od abbandonata, la primitiva fortificazione difensiva, pienamente medioevale.

Frequentemente nel tardo medioevo, persistendo nei secoli seguenti, “castello” è un gruppo di edifici strettamente connesso alla fortificazione preesistente, un gruppo di case arroccato su uno sperone roccioso le cui mura esterne fungono da cinta fortificata. L’antica fortificazione in cui potevano essere esercitati i poteri feudali si distingue dal più tardo abitato fortificato – generalmente non urbano – in cui possono trovarsi edifici palaziali; essa spesso è denominata “rocca” (od anche “cassero” in Toscana) e funge da ultimo ricetto militare o da residenza qualora ne siano stati modificati i caratteri. Dalla “rocca”, se non direttamente dalla fortificazione più antica, in molte aree geografiche si giunge a strutture fortificate ed alla fortezza alla moderna, tecnicamente e balisticamente molto più evoluta nonché in corsa con l’evoluzione delle tecniche ossidionali.

Sulla scorta di quanto analizzato, come in altre realtà, a Poggio Catino si possono distinguere alcuni poli di interesse: almeno dalla metà del Cinquecento si distinguono la rocca, l’ampio palazzo baronale, l’annesso giardino alla italiana, le mura costituite anche dalle stesse abitazioni che seguono i dislivelli e terrazzamenti naturali, alcune torri e sicuramente strutture d’accesso salienti o turrite.

Il castello di Poggio Catino è comunque una struttura abbastanza complessa che nel corso dei secoli ha subito numerose modifiche e ampliamenti. La parte più alta, completamente scoperta (chiamata “la rocca”), sarebbe il luogo di ritrovamento dello scheletro.

In particolare, il punto di ritrovamento dello scheletro della Dama sarebbe stato a ridosso di uno dei muri di cinta. Il castello attualmente versa in condizioni vergognose e purtroppo non dissimili da molte altre fortificazioni, non solo ruderi, di cui è cosparso il Bel Paese. Con gli agenti atmosferici e con il semplice passare del tempo le mura e le altre strutture interne si stanno sgretolando. Una quindicina di anni fa fu pietosamente depositato un sottile strato di calcestruzzo sulla parte superiore delle mura per cercare di ridurre la caduta inesorabile delle pietre e lo sfaldamento dei muri. Ma per il resto questa meravigliosa fortificazione viene da anni lasciata al suo destino. Basterebbero poche decine di migliaia di euro per metterla in sicurezza e per combattere efficacemente l’opera distruttiva del tempo ma questa importante esigenza di tutela delle nostre radici storiche non viene evidentemente compresa o considerata necessaria dalle istituzioni.

In alcuni luoghi europei, come in Germania Francia o Inghilterra, alcuni ruderi assai meno appariscenti e prestigiosi del castello di Poggio Catino vengono tenuti con religiosa cura e vengono visitati da migliaia di persone ogni anno che, tra l’altro, portano introiti economici rilevanti ai paesi che li ospitano. E questa è esperienza comune. A titolo esemplificativo, il castello di Tintagel in Gran Bretagna, che la leggenda colloca come la famosa “Camelot” della saga di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, è costituito in realtà da pochi ruderi e da qualche muretto in pietra. Il castello di Tintagel è stato visitato anni fa dagli autori del presente saggio con una conseguente forte delusione. Nulla a che vedere con il castello di Poggio Catino che possiede strutture più imponenti e che ha molto più fascino. Perché allora lasciare lentamente morire una testimonianza storica così affascinante che potrebbe portare lustro e indotto economico (turistico)? Perché ogni anno il castello di Tintagel viene visitato da migliaia di appassionati turisti che spendono i loro soldi nelle decine di negozi di souvenirs, che mangiano e bevono nei tanti locali ispirati ai cavalieri di re Artù e che quindi “mantengono” quasi tutta la popolazione della cittadina, mentre il castello di Poggio Catino è conosciuto praticamente solo dagli abitanti del paese e da una ristretta cerchia di studiosi di storia medievale?  Ma torniamo al castello di Poggio Catino.

Alcuni crimini, forse, possono esservi avvenuti, evidentemente e forse gravi rispetto all’uccisione di una donna ma non per questo non in grado di provocare sdegno negli uomini di buona volontà. Intorno agli Anni Settanta del Novecento, ad esempio, la proprietà del castello e dell’annesso palazzo nobiliare era stata acquisita da una ricca attrice francese, tal Yvonne Fourneaux che fece effettuare diversi lavori di ristrutturazione e in seguito la proprietà del castello passò a una ricca americana, che all’interno del bastione centrale ha fatto costruire con disinvoltura una orribile costruzione abusiva in tufo, addossata e cementata al muro medievale e che contiene dei cassoni per l’acqua in eternit (attualmente in disuso).

In seguito, intorno agli Anni Ottanta, uno degli ex sindaci del paese, Emeraldo De Felice, per realizzare delle case popolari con struttura in cemento armato da concedere presumibilmente ad alcune famiglie del luogo, ha fatto abbattere una parte annessa al castello di epoca medievale che conteneva antichi locali destinati forse a carcere e ad altri servizi dell’epoca. Gli anziani del paese raccontano che in tali locali demoliti ci fossero addirittura iscrizioni e graffiti di epoca medievale. Il progetto di realizzare case popolari venne in seguito bloccato e la costruzione moderna (addossata al lato sud del castello) ospita ora il centro congressi “la Dama Bianca”, uno stridente locale moderno scarsamente utilizzato destinato ad incontri e conferenze.

Auspichiamo che le prossime generazioni di amministratori pubblici possano tentare di salvare e di valorizzare ciò che rimarrà dell’inestimabile patrimonio che la storia italiana ci ha lasciato e che sovente viene lasciato deteriorarsi.

Le indagini presso il Museo Criminologico di Roma dove lo scheletro oggi è conservato

Il luogo dove ritenevamo di poter trovare degli altri indizi per la soluzione del nostro “giallo” era ovviamente il luogo dove lo scheletro della Dama Bianca è conservato dal 1934. La prima sede dell’attuale Museo Criminologico venne inaugurata il 19 novembre 1931 e trovò spazio presso la vecchia prigione seicentesca delle Carceri Nuove di via Giulia, fatta costruire da Papa Innocenzo X. Nel 1968 il Museo Criminale venne dismesso poiché i locali vennero convertiti ad altro uso, cosicché i reperti furono riposti temporaneamente presso il deposito del carcere romano di “Regina Coeli”. La sede più recente, riaperta nel 1975, con la dizione più scientifica di “Criminologico”, trovò collocazione nel Palazzo del Gonfalone risalente al 1827, fatto costruire da Papa Leone XII per destinarlo a casa di correzione per minorenni. Lentamente abbandonato sino alla chiusura, nel 1994 venne riaperto quale museo storico, sempre comunque dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia, contenente strumenti di supplizi in uso sino al primo Novecento. Come si legge sul sito ufficiale dedicato

«… Il Museo Criminologico nasceva nel 1930 e con esso l’Amministrazione penitenziaria realizzava un progetto che già negli ultimi decenni dell’Ottocento era considerato un utile supporto per lo studio del sistema penale e penitenziario, oltre che strumento scientifico per la formazione di funzionari e magistrati e di divulgazione al tempo stesso. Per alcuni decenni il Museo Criminologico ricevette grandi apprezzamenti anche all’estero grazie alla ricchezza del patrimonio storico e scientifico che custodiva; le vicende storiche successive lo costrinsero ad un graduale ridimensionamento fino alla chiusura che avvenne nel 1968. Nel 1991 fu avviato il progetto di ristrutturazione completato nel 1994 …»

Il museo nel corso degli anni ha acquisito una certa notorietà, anche internazionale, attirando visitatori provenienti da diverse parti del mondo e raccogliendo ottime recensioni. Nel 2016 però è stato chiuso, sembrerebbe definitivamente, poiché a detta dei responsabili della struttura i locali che lo ospitano in via del Gonfalone, sarebbero destinati ad uffici di alti funzionari del Ministero della Giustizia che ambirebbero alla posizione centralissima e prestigiosa dello stabile ottocentesco.

Il sopralluogo al Museo

Nel 2019 gli autori del presente saggio, dopo una strenua lotta contro la burocrazia, vinta grazie all’italico ingegno, hanno effettuato un sopralluogo al museo criminologico e hanno potuto osservare (informalmente) da vicino lo scheletro della Dama Bianca e il suo allestimento. La didascalia del pannello che illustra la cella con lo scheletro di Poggio Catino, protetto da una lastra di vetro, nella sua ultima formulazione, così riporta, (anche in inglese):

«L’identità dello “scheletro di Poggio Catino” è quanto mai incerta. L’unica notizia storicamente documentabile è che lo scheletro fu rinvenuto nel 1933, a Poggio Catino, paese in provincia di Rieti, all’interno di un torrione crollato di un palazzo baronale. La scoperta fu fatta da Vincenzo Biraghi, la cui famiglia fu per molti anni proprietaria del palazzo. Molti studiosi cercarono di ricostruire l’identità e la storia dello scheletro, attingendo da documenti d’archivio e leggende popolari. Fu cosi accertato che si trattava dello scheletro di una donna, di circa trent’anni, vissuta nel XVI secolo. Le cronache riportarono diverse versioni, mai peraltro riscontrate da dati certi. Biraghi, che aveva assistito al ritrovamento, raccontava che lo scheletro era stato rinvenuto in una cella, sotto le macerie del mastio, steso a terra con le braccia intorno alle gambe ripiegate, con ceppi ai polsi e alle caviglie. Tra le leggende fiorite intorno alla donna, alcuni scrissero che ella stata presa in ostaggio dagli Orsini che nel XVI secolo avevano espugnato la fortezza. Altri optarono per una storia romantica, attribuendo alla donna il ruolo di castellana e compagna del potente Geppo Colonna, signore di Poggio Catino. Innamoratasi, ricambiata, del castellano di Poggio Catino, per vendetta il Colonna l’aveva fatta rinchiudere nella cella sotterranea e fatta morire d’inedia. Quale sia la vera storia, nessuno può dirlo, resta il fatto che alla donna sconosciuta fu riservata una morte davvero terribile. Provenienza: Poggio Catino, Famiglia Biraghi, 1934».

Tale descrizione, che collima con quella riportata anche nel sito internet ufficiale del Comune di Poggio Catino, è sempre la stessa anche all’interno della pubblicazione “Museo Criminologico” a cura di A. Borzacchiello, 2003, quest’ultima allora responsabile scientifico del Museo. Ancora più sfuggenti le notizie sullo scheletro che compaiono in “Guida al Museo Criminologico di Roma”, Roma, 1975, sebbene offrano interessanti spunti di riflessione: «Sulla destra, prima di entrare, è stato ricostruito, un vano dove fu trovato lo scheletro di una donna murata viva, non identificata, con ceppi di ferro ai polsi e ai piedi ».

Considerazioni sull’allestimento museale.

Secondo le versioni letterarie che ricordano il rinvenimento ed il successivo trattamento, lo scheletro fu rimosso unitamente a tutta la compagine strutturale in cui lo stesso giaceva: pare una misura un po’ estrema che viene eseguita molto raramente e, di solo, per contesti archeologici di ben maggior portata. Tuttavia, D’Amelia, riferisce senza indugio, che «venne da Roma un’ispezione inviata dal Ministero di Grazia e Giustizia che ordinò la rimozione o meglio l’asporto radicale di quanto rinvenuto con le quattro pareti della cella, lavoro eseguito da abili esperti in materia. E tutto venne caricato e trasportato a Roma nel museo».

Sulla rete Internet si trovano varie foto dell’esposizione dello scheletro, una compare anche nel precitato catalogo del Museo del 2003 ma nel catalogo del 1975 della Dama Bianca non vi è traccia, né descrizione né foto: curioso particolare!

Abbiamo scelto immagini che, pur diverse tra loro, riconducono a due fasi distinte dell’allestimento della cella e dell’installazione dello scheletro. L’angolazione delle due foto è differente e pur rimanendo inalterata la descrizione del reperto sopra eseguita si notano, tuttavia, alcune divergenze. Ve le proponiamo con una descrizione delle varie differenze riscontrate:

Foto A) il muro di fondo della nicchia quadrangolare è costituito da grosse bozze di pietra chiara, travertino o calcare, ed una finestra cieca, con cornice, quadrangolare dotata di inferriata a maglia quadrata. I blocchi di pietra sono di forma cubica, ben commessi l’uno sugli altri. Dalla cornice della finestra pende una piccola lanterna ad olio con lungo “appendaglio”.

Lo scheletro è posto sopra un blocco cubico di colore ben più scuro di quelli visibili sulla parete di fondo ed in cui è infisso un grosso anello circolare. Le gambe sono stese e le mani poggiate sul bacino sono costrette da vincoli di metallo. Il busto lievemente reclinato così come la testa. Una brocca sbeccata giace sul pavimento alla sinistra del cubo di pietra che funge da sedile. Di questa, la citata letteratura non fa menzione alcuna.

Foto B) Il reperto, in posizione assisa, mostra il busto quasi eretto e frontale appoggiato all’angolo tra la parete di fondo ed il fianco della nicchia. Dalla cornice della finestra è stata rimossa la lanterna (essa è comunque – oggi – presente nell’allestimento, appesa alla parete sinistra della nicchia). Lo scheletro è seduto, gli arti in vincoli ma la testa, non più riversa, è in asse con il busto. La brocca giace sul pavimento alla destra del sedile e dello scheletro quasi in linea con il centro della soprastante finestra. Una eventuale considerazione viene in risalto dall’esame di altre foto presenti in rete; pur eseguite con la presenza di un vetro protettivo che nelle predette immagini non compariva, mostrano, in modo più definito, un curioso particolare già presente nell’immagine in cui compariva anche la lanterna appesa alla finestra. Precisamente, un foro quadrangolare presente nella muratura di fondo, sulla sinistra dell’immagine, lascia intravedere lo spessore della detta muratura che, sorprendentemente, pare di pochi centimetri, quasi si trattasse di un pannello decorato con i blocchi di pietra, di colore più chiaro rispetto al blocco usato come sedile. Del resto anche lo stipite della nicchia conforta questo tipo di osservazione.

Del resto, come si vedrà, la stessa scheda del museo che contempla la descrizione del reperto annota la presenza di uno scheletro posto entro un “cella riprodotta” o comunque di uno “scheletro conservato in una cella (ricostruzione)”, dato ben diverso da quello fornito dalla versione del D’Amelia per cui «[…] venne da Roma un’ispezione inviata dal Ministero di Grazia e Giustizia che ordinò la rimozione o meglio l’asporto radicale di quanto rinvenuto con le quattro pareti della cella, lavoro eseguito da abili esperti in materia. E tutto venne caricato e trasportato a Roma nel museo suddetto.».

Osservazione ed analisi dello scheletro

L’esame ravvicinato, seppur attraverso la lastra di vetro di protezione, ha permesso di constatare che le ossa sono congiunte a mezzo di filo metallico (anche in ottone) e la postura, apparentemente diversa da quanto emerge dalle notizie sopra analizzate, è mantenuta stabile mediante lamelle metalliche.

Un perno in metallo passante sotto il processo temporale (sotto il tubercolo articolare) e posto a contrasto tra l’osso temporale e la mandibola, mantiene quest’ultima in posizione serrata.

Lo sterno ed alcune parti cartilaginee della cassa toracica appaiono restituiti in cera o materiale plastico (colore giallastro).

Del pari, anche il colore delle ossa tendente al bianco ambrato per evidente perdita di sostanza organica per probabile esposizione ad ambienti secchi ed asciutti, quale la lunga esposizione in musei, ovvero in ambienti (o giaciture) basici in cui la base elimina la sostanza organica quali depositi rocciosi ad esempio connotati dalla presenza di carbonato di calcio che è il maggiore componente del calcare (contesti non infrequenti, appunto, nella Sabina) o della calce per le opere murarie. Sebbene la valutazione della colorazione non sia un indice univoco di valutazione diventa al contrario interessante il particolare per cui le ossa rinvenute a contatto con elementi metallici riportano le tracce e i segni delle ossidazioni: verdastre per rame o bronzo, brune per il ferro; le caviglie e polsi dello scheletro appaiono prive di tracce alcune che, verosimilmente, si sarebbero, al contrario, prodotte a seguito di una prolungata esposizione e contatto con il metallo dei vincoli. Ad ogni buon conto una delle prime attività di analisi che l’equipe aveva intenzione di svolgere era, logicamente, quella di effettuare una attenta ricognizione presso il museo criminologico di Roma, sia per acquisire documentazione relativa al reperto che per osservarlo attentamente da vicino e poi, al limite, effettuare dei prelievi di materiale osseo dello scheletro per effettuare una datazione precisa. Per tale motivo, uno dei due autori del presente saggio, Marco Strano, ha preso contatto con il Museo riuscendo a parlare telefonicamente (non senza difficoltà) nel settembre 2018 con uno dei responsabili, il dott. Luca Morgante, spiegando di voler effettuare una visita informale allo scheletro. Il funzionario, inizialmente prospettò “insormontabili difficoltà burocratiche” ma alla fine accettò di ricevere uno degli autori del presente saggio, Simone De Fraja, accompagnandolo personalmente con formale gentilezza e disponibilità nel museo e permettendogli la visione (senza però poter estrarre copie e scattare fotografie) del fascicolo relativo all’istallazione museale della Dama Bianca.

Per la precisione venne chiesto non solo di ispezionare lo scheletro ed il suo allestimento ma di visionare i documenti relativi all’acquisizione del materiale, ogni documento che illustrasse come, quando e perché fosse avvenuto quell’accessione.

Ci si aspettava di trovare una sorta di documento di consegna, di relazione sul ritrovamento ed il trasporto, magari qualche disegno od anche una foto. Il fascicolo presente nell’archivio del museo, in realtà è alquanto scarno, e contenente un verbale di presa in carico “…di uno scheletro proveniente da Poggio Catino…”; la cartella, almeno quella esibita, conteneva solamente due o tre foto dell’ambiente (non in cui venne rinvenuto lo scheletro ma di quello in cui fu allestito), alcune pagine di un dattiloscritto probabilmente ottenuto mediante carta–carbone o copiativa (macchina da scrivere, carta leggera e fuori formato standard). Il testo, una sorta di racconto/novella dai forti connotati fantastici ed ancora contrassegnato da ampie licenze letterarie, narra (anche a mezzo di discorsi diretti e dialoghi) la storia appassionata della donna [si sostiene fosse stata bellissima!] finita in catene a seguito di intrecci d’amore tra il signore di Poggio Catino e tal Geppo Colonna.

Tale romantica narrazione ha evidentemente ispirato ed alimentato tutta la letteratura ben più recente e, verosimilmente, influenzato poi anche il testo del D’Amelia. Ciò che preme evidenziare è che il dattiloscritto è a firma di Bartolomeo Rossetti, penna ben nota della tradizione popolare del Lazio; Rossetti si è spento nell’anno 2000. Nel corso della breve visita consentita a Simone De Fraja nei locali del museo è stato possibile comunque avvicinarsi all’installazione contenente lo scheletro con divieto di fotografia, nonostante il web contenga numerose foto della celletta e dei resti scheletrici sostanzialmente integri e senza perdite: insomma secondo “la versione ufficiale” venne rinvenuto a Poggio Catino e trasportato a Roma uno scheletro integro in ogni sua parte.

Davvero un colpo fortunato per Biraghi e per il neo museo criminologico all’epoca scarno di reperti. In realtà, l’esposizione della Dama Bianca, comprende anche una brocca frammentaria di cui, tuttavia, non si dà notizia nemmeno nella descrizione, anch’essa laconica e del solito tenore, che affianca lo scheletro; c’è quindi da dubitare si tratti di solo arredo suggestivo. Nello stesso pannello informativo, privo di alcuna nozione scientifica, si è tenuto comunque a precisare: “Provenienza: Poggio Catino, Famiglia Biraghi, 1934”.

La donazione dello scheletro al museo pare dunque riferibile all’anno seguente l’asserito rinvenimento. L’ispezione – seppur sommaria – della cella contenente lo scheletro, ha permesso di ottenere informazioni più concrete in merito alle vicende del ritrovamento dello scheletro anche ai fini di un miglior tentativo di identificazione e comprensione delle volumetrie della rocca di Poggio Catino e dei corpi di fabbrica, del contesto del ritrovamento (ambienti e materiali edili), sulla scorta delle indicazioni della letteratura sopra analizzata. Le informazioni ricavabili da tale consultazione sono comunque esigue. La scarna descrizione del reperto in mostra nel suo allestimento riporta esattamente che la cella è “riprodotta”, così come appare allo stato attuale.

L’esame della struttura, confermando quanto sopra ipotizzato, ha quindi rivelato che la cella in cui siede lo scheletro non è composta dai materiali reperiti sul posto a seguito di “un crollo di un torrione” ma è una semplice “cabina” in cartongesso o legno stuccato in cui sono riprodotti, scenicamente, i paramenti murari in blocchi mentre la griglia della finestra sembra oggettivamente in metallo. Si tratta dunque, sostanzialmente, di una riproduzione o ricostruzione scenica, così come onestamente affermato dalla scheda, di una verosimile condizione di prigionia allestita all’interno di un piccolo ambiente decorato e ricavato, mediante pannellatura.

Sergio Biraghi, il presunto testimone oculare del ritrovamento dello scheletro

Secondo alcune indiscrezioni, Sergio Biraghi, architetto nato all’inizio degli Anni Venti e nipote di Vincenzo Biraghi, proprietario del castello di Poggio Catino all’epoca del presunto ritrovamento dello scheletro, avrebbe assistito al macabro fatto. All’epoca Sergio Biraghi era un bambinetto che aveva circa una decina di anni, abbastanza per capire e forse poi per ricordare. Così raccontano gli abitanti di Poggio Catino e così ha confermato negli anni anche l’anziano architetto. Sergio Biraghi, che non risiedeva più a Poggio Catino ma si era trasferito da molti anni in un altro centro a nord di Roma, è stato contattato dagli autori del presente saggio nel 2019, sperando di ottenere maggiori informazioni e magari qualche documento. Biraghi si era rifiutato di avere qualsiasi contatto, di dare qualsiasi informazione. La spiegazione di questa sua “chiusura” fu data al nostro intermediario che aveva in tutti i modi cercato di organizzare un incontro. Sergio Biraghi aveva affermato di essere molto arrabbiato con gli abitanti di Poggio Catino e di non volere per tale motivo fornire qualsiasi cosa potesse dare visibilità e lustro a “quella gente”. La natura di tale astio nei confronti dei sui ex–paesani, a detta dello stesso Biraghi, sarebbe legata al fatto che il castello di Poggio Catino e l’annesso palazzo nobiliare di proprietà della famiglia Biraghi, sarebbe stato venduto nel primo dopoguerra a sua insaputa attraverso degli imprecisati raggiri.

Ma tutto questo perché avrebbe dovuto influenzare una interessante ricerca? Spiegazione, giustificazione o scusa che fosse tale silenzio, sulla veridicità di tale storia non si è potuto avere alcuna conferma e comunque rappresenta uno scenario non legato alla vicenda che stiamo raccontando, ovvero il presunto omicidio della Dama Bianca. Sta di fatto che Sergio Biraghi, negli anni, non ha mai voluto fornire a chicchessia informazioni e documentazione sullo scheletro e sul suo ritrovamento. Ma Biraghi, avrebbe potuto fornire qualche elemento in più o era più conveniente procrastinare il silenzio?  Intorno alla fine del 2019, dopo pochi giorni dal tentativo fallito di incontro con Biraghi, giunge però un colpo di scena.

Una signora di Poggio Catino, Patrizia Spurio, persona molto educata e in grande confidenza con Sergio Biraghi, incontra uno degli Autori del presente saggio (Marco Strano che abita a Poggio Catino in una vecchia casa addossata al castello) e porta una “missiva orale” da parte dell’anziano architetto. Biraghi aveva chiesto che fosse indicato agli autori del presente saggio il punto all’interno del castello dove sarebbe stato ritrovato lo scheletro. E Patrizia Spurio lo riporta con estrema precisione: a destra del piccolo ingresso della parte alta della fortificazione dove, a detta del Biraghi, sarebbe avvenuto il crollo murario che avrebbe dato alla luce il famoso scheletro.

La circostanza dell’emissaria di Biraghi è apparsa subito abbastanza singolare e non ha convinto pienamente gli autori della attendibilità delle notizie riferite dall’anziano architetto. Perché Biraghi si sarebbe rifiutato di incontrarci e di fornire informazioni e poi a distanza di poco tempo si sarebbe affrettato a indicare con precisione il punto esatto del ritrovamento dello scheletro (che poi era l’unica informazione di cui avevamo bisogno da lui)? Perché se effettivamente odiava gli abitanti del paese e non voleva fornirgli informazioni preziose si era premunito di dare a noi quella più importante di tutte? Ci vennero in mente le parole di Edgard Allan Poe, più o meno così: “…l’ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l’ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure se stessa…”

Ad ogni buon conto questa informazione doveva essere verificata e troverete degli elementi sull’esito di tali indagini nel prosieguo del nostro saggio. Ma il ruolo di Sergio Biraghi nella realizzazione della nostra inchiesta non è finito nel 2019. Nell’estate del 2021, infatti, l’anziano presunto “testimone oculare” accetta di incontrare un abitante di Poggio Catino, Guerrino Filippini, che per conto del C.I.C.A.P. (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) stava realizzando un documentario proprio sulla vicenda misteriosa della Dama Bianca ed a cui rilascia una specie di intervista dove ribadisce le solite cose, indicando – tra l’altro – anche a lui il medesimo punto di ritrovamento dello scheletro: dunque non ci aveva fatto alcuna confidenza speciale o nessuna concessione. Ma Biraghi aggiunge un elemento inedito e forse il destino di tutte le leggende e le favole, quello di accrescersi per stratificazione di particolari. L’armigero, che secondo la “storia” sarebbe stato ritrovato insieme alla Dama Bianca (forse in una celletta adiacente) e che in alcune leggende–popolari si sarebbe “dissolto” o polverizzato al momento della sua scoperta (dinamica fantasiosa probabilmente formulata per giustificare la sua non presenza nel corso degli anni in nessun documento ufficiale), in realtà sarebbe stato seppellito in gran segreto in una tomba senza nome nel cimitero comunale di Poggio Catino.

Per dovere di ricerca, anche se la notizia dell’armigero è apparsa abbastanza inverosimile, sono state condotte delle indagini nel cimitero del paese che però non hanno dato alcun riscontro. Sono stati effettuate preliminarmente delle analisi della documentazione cimiteriale comunale che ha consentito di individuare le diverse aree del cimitero e le epoche di sepoltura. In seguito sono stati fatti diversi ed infruttuosi sopralluoghi nel cimitero, osservando con cura tutte le lapidi risalenti al periodo del presunto ritrovamento dello scheletro. Niente da fare, nessuna tomba risalente all’epoca in cui sarebbe avvenuta la sepoltura dell’armigero presenta un “ospite” sconosciuto. Sergio Biraghi, personaggio ambiguo (rispetto a questa vicenda ovviamente) ed a nostro avviso scarsamente attendibile, è morto all’inizio di settembre 2021, pochi mesi prima dell’uscita di questo libro e portandosi quindi nella tomba i suoi pseudo–segreti sulla Dama Bianca di Poggio Catino.

Forse un racconto con un fondo di verità, forse solo una fantasia che ha trovato spazio nella storia, sfuggendogli di mano, forse un tentativo, reiterato nel tempo, di “coprire” delle iniziative di suoi parenti prossimi avvenute più di 80 anni fa… (Fallacia alia aliam trudit, ovvero “un inganno tira l’altro” – come argutamente scrisse Publio Terenzio Afro).