TELEMATIC JOURNAL OF CRIMINOLOGY

LA FIGURA DEL CRIMINOLOGO TRA TALK SHOW TELEVISIVI, MILLANTATORI E REALE ATTIVITÀ SCIENTIFICA

Dispensa del webinar organizzato dal CICAP Lazio il 18 aprile 2021 – di Marco Strano

Premessa

Non c’è trasmissione televisiva o articolo di stampa su argomenti di cronaca nera che non ospiti il parere di personaggi che vengono definiti criminologi. Dopo ogni omicidio trattato dai media si scatena tra i telespettatori e i lettori dei giornali una sorta di “tifo da stadio” tra innocentisti e colpevolisti che spesso valutano (anche senza avere alcuna preparazione specifica) le tecniche investigative utilizzate o addirittura giungono a un verdetto (anticipato) di colpevolezza basandosi in realtà soprattutto sulla maggiore o minore simpatia del sospettato. In questa attività di formazione di una opinione, il telespettatore viene “guidato” spesso da un esperto che talvolta ha effettivamente competenza sulla materia trattata, ma che a volte è un furbo millantatore che fornisce pareri scontati quanto ovvi su ciò che è accaduto. Ma quali sono le reali tecniche utilizzate da criminologi e profilers? Qual è il percorso di studi di queste categorie professionali? Le lauree specialistiche e i masters su materie criminologiche e di sicurezza consentono realmente di trovare un lavoro? Criminologi e profilers riescono effettivamente a dare un contributo fattivo nella scoperta di crimini irrisolti? Il fatto stesso che il C.I.C.A.P., che notoriamente è impegnato a smascherare ciarlatani e fattucchiere ed a ricondurre nel giusto alveo scientifico dei fenomeni apparentemente paranormali, la dice lunga sui dubbi e sulle ombre di credibilità che da alcuni anni a questa parte si sono addensate sopra queste discusse figure professionali. Cercheremo quindi di fare un po di chiarezza su questa intrigante tematica.

La Criminologia e i criminologi

I criminologi da sempre effettuano studi sulla criminalità, sui delinquenti e sul loro comportamento. Per prima cosa, a dispetto di quanto ci viene prospettato in ambito cinematografico, la Scienza Criminologica trae origine e sviluppo soprattutto da studiosi europei e in particolar modo italiani. L’opera di Lombroso, di Padre Agostino Gemelli, del Ferri (e più di recente di Ferracuti e Gaetano De Leo) rappresentano la base conoscitiva da cui poi, intorno agli anni 70′, la cultura criminologica si è consolidata e diffusa nel resto del pianeta, ha raggiunto gli Stati Uniti e ha cominciato a proporsi come disciplina “famosa” e riconosciuta. La Criminologia inoltre è attualmente una disciplina integrata e multidisciplinare che trae le sue conoscenze da molti campi, come ha affermato Gemma Marotta “da una costellazione di altre materie come diritto penale, sociologia, psicologia, psichiatria, antropologia umana e culturale, biologia, economia, scienza politica, medicina legale, fino alle più recenti scienze della comunicazione ed informatica”. Nel mondo convivono numerose “scuole criminologiche” che presentano paradigmi teorici anche molto distanti tra loro. Alcuni di tipo deterministico altri di tipo costruzionistico. La prevalenza di esse sembra però attestata su approcci di tipo multifattoriale, che individuano l’origine del crimine in una serie concomitante di variabili psicologiche, sociali, psicopatologiche, neurofisiologiche e genetiche. Quasi tutte concordano però sul fatto che comprendere il perché un individuo ha commesso un crimine è estremamente difficoltoso così come è difficoltoso prevedere se tale individuo potrebbe nuovamente delinquere una volta tornato in libertà. Attualmente, in Italia, l’applicazione (seria e dignitosa) della Criminologia si estrinseca comunque soprattutto in due ambiti e viene effettuata da due diverse figure professionali:

  1. Il criminologo di formazione psico-sociologica, che opera in ambito carcerario e ha come funzione primaria quella di fornire al Magistrato di Sorveglianza una valutazione sulla pericolosità sociale di un detenuto al fine di suggerire il trattamento carcerario più adatto. In gergo viene questa definita come “Criminologia Clinica” poiché il criminologo, così come il Medico di fronte a un malato, individuati i sintomi della pericolosità sociale (un fatto criminale avvenuto) cerca di individuarne le cause (l’etiologia) e propone poi delle soluzioni penali trattamentali (per “curare” attraverso la risocializzazione).
  2. Il criminologo di formazione medico-psichiatrica che ha invece funzione di indicare ai magistrati giudicanti, nel corso del processo, se l’imputato aveva capacità di intendere e di volere al momento del crimine al fine di stabilire se deve essere processato normalmente o se invece, più che il carcere, è opportuno indirizzarlo verso un trattamento psichiatrico.

A queste due categorie negli ultimi anni si è affiancata quella del cosiddetto “criminologo investigativo”, figura professionale abbastanza indefinita e autoreferenziale che in linea teorica dovrebbe affiancare l’Avvocato Penalista nell’attività di indagine difensiva e di “cold case analysis” (nelle attività di revisione dei processi e nei casi di morte equivoca – Equivocal Death Analysis) ma di cui non è ancora stato chiarito il ruolo professionale e l’effettiva utilità in questo ambito. Di fatto gli Avvocati penalisti si servono esclusivamente di consulenti di parte con competenze scientifiche specialistiche, (Medici, Ingegneri, Grafologi, Psicologi, ecc.) mantenendo il ruolo di analisi generale del caso e decidendo autonomamente eventuali indagini difensive. La principale attività dei “criminologi investigativi” è quindi quella di cercare di far giungere all’attenzione mediatica un caso, contando sul potere dell’opinione pubblica di influenzare e condizionare quella parte della Magistratura giudicante permeabile a tali pressioni (fortunatamente in Italia abbastanza modesta). Su questa dinamica lo scrivente avanza da sempre grandi dubbi di correttezza sul piano morale. etico e deontologico.

Comunque, di fatto, l’applicazione utile della Criminologia avviene soprattutto al momento dell’esecuzione della pena e, durante la detenzione, attraverso l’osservazione scientifica del condannato che viene utilizzata dalla magistratura di sorveglianza per l’individualizzazione delle modalità secondo le quali la pena dovrà essere eseguita. I Criminologi che svolgono tale attività all’interno delle carceri sono gli unici ad avere una sorta di inquadramento formale e di riconoscimento normativo (ex Art. 80). Al di la di questa categoria di criminologi tale attività non è in realtà regolamentata da un Albo professionale o da requisiti formativi specifici. Non è di conseguente previsto il reato di “abusiva professione di criminologo” e per tale motivo chiunque può autodefinirsi “criminologo” nell’accezione di “esperto di criminali e di criminalità”.

Ma allora ci sono altre applicazioni concrete della Criminologia?

Il ruolo del criminologo non è attualmente quello di analizzare la scena del delitto (cosa riservata come anzidetto agli appartenenti alle forze di polizia) ma può costituire un importante strumento consulenziale in numerosi altri contesti, alcuni maggiormente accademici e finalizzati allo sviluppo delle conoscenze, altri maggiormente operativi, direttamente utilizzabili in campo sociale ed istituzionale fornendo delle indicazioni utili ad arginare il fenomeno delinquenziale. Le applicazioni della Criminologia non si limitano infatti soltanto al mondo accademico o al campo della giustizia penale e del sistema penitenziario ma possono abbracciare anche il mondo del lavoro e la consulenza istituzionale. Riassumiamo alcuni possibili settori di studio criminologico:

  • ricerche accademiche non direttamente finalizzate, normalmente svolte da università e istituti privati, sui tassi di criminalità e sulle caratteristiche dei criminali (partendo dai denunciati e scoperti) che possono offrire al mondo politico degli importanti strumenti conoscitivi utili alla produzione di norme mirate e all’allocazione di risorse economiche in alcuni settori della sicurezza;
  • ricerche accademiche finalizzate ad orientare la politica criminale (es. studio delle correlazioni tra aggressività ed alcool);
  • ricerche accademiche finalizzate alla più efficace prevenzione del crimine (es. studio del comportamento dei gruppi di tifosi per prevenire la violenza negli stadi) che possono essere utilizzate dalle Forze dell’Ordine per rendere la loro azione maggiormente incisiva;
  • ricerche per la progettazione e attuazione di tecniche di prevenzione del crimine in ambito territoriale (ad esempio per la prevenzione dei furti in un determinato territorio) o nell’ambito delle organizzazioni (es. in aziende) che possono fornire importanti strumenti conoscitivi a coloro che si occupano di sicurezza (urbana ed aziendale);
  • ricerche destinate all’attività di educatori scolastici e assistenti di comunità nel trattamento di soggetti con precedenti penali per favorire la loro risocializzazione;
  • ricerche destinate all’attività medica di base e alla psicologia clinica nel trattamento di pazienti che hanno commesso crimini.
  • Inoltre, non solo coloro che abitualmente svolgono perizie per conto dei Tribunali o che lavorano negli istituti penitenziari o nelle Forze di Polizia possano trovarsi di fronte ad un comportamento criminale. Molti operatori, appartenenti a categorie professionali diverse, sono spesso chiamati a fornire un’interpretazione e una valutazione su un soggetto che ha commesso un crimine (Medici, Responsabili della sicurezza aziendale, Psicologi clinici, ecc.).

    I profilers

    Esistono poi altre figure di criminologi, in verità pochissimi e tutti appartenenti a forze di polizia, che forniscono il loro apporto nella fase iniziale delle indagini, quando ancora i sospetti non si sono concentrati su un individuo specifico. Si tratta dei cosiddetti profilers, che nei casi ancora irrisolti delineano un profilo di colui che “potrebbe aver commesso quel determinato delitto”. Questo profilo in realtà serve agli investigatori per limitare la rosa dei sospetti e ad ottimizzare le risorse investigative, concentrandole sui soggetti più probabili. Le statistiche di successo nell’attività di profiling (il numero dei profili prodotti che poi effettivamente aiutano a scoprire il colpevole) sono assai impietose. Si stima che solo nel 20/30% dei casi un profiler esperto riesca a produrre un profilo effettivamente realistico. Nel mondo operano diverse scuole di profiling e quella statunitense è probabilmente la più famosa, abilmente veicolata anche da film di successo e da alcune riuscite serie televisive tipo “criminal minds”. L’approccio americano è molto centrato sulla statistica e sfrutta database dove vengono diligentemente inseriti casi di vario genere. Il sistema di statistiche giudiziarie statunitensi in tale ottica li aiuta perché è molto ricco di particolari sulla dinamica del crimine. Nonostante ciò in USA i casi giudiziari risolti grazie a un profiler sono assai limitati. L’approccio europeo è maggiormente logico e deduttivo ed è centrato sull’analisi della scena del crimine, della vittima e delle informazioni investigative. L’approccio utilizzato dallo scrivente è di tipo misto (induttivo/deduttivo) e propone, come supporto decisionale, l’utilizzo degli algoritmi di intelligenza artificiale.

     https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/0306624X04265284

    I profilers esterni al mondo investigativo

    Anche alcuni criminologi non appartenenti alle Forze di Polizia offrono un apporto (in verità non richiesto) su casi criminali non risolti. Anche essi si autodefiniscono “profilers” (come i colleghi “veri” che operano all’interno delle Forze dell’Ordine) ed affermano a volte di collaborare con gli investigatori offrendo delle verità interpretative sull’ultimo caso di cronaca, specialmente per tentare di localizzare dei colpevoli di reati violenti. Tale atteggiamento è forse riconducibile al tentativo di cavalcare il successo ottenuto da alcuni famosi film (es. il silenzio degli innocenti) e di sfruttare la fantasia della gente comune per ottenere dei vantaggi in termini di immagine personale. Esistono anche in giro dei costosissimi corsi pubblici e privati che promettono poi un inserimento in fantomatiche equipe investigative. Ebbene questo non è possibile. In realtà la Polizia di Stato italiana, i Carabinieri e la Guardia di Finanza posseggono dei Reparti altamente specializzati al cui interno operano anche degli Psicologi-profilers (solo se appartenenti a tali istituzioni) e le collaborazioni esterne si limitano ad alcuni sporadici casi e comunque mai di intervento sulla scena del delitto (vietato per legge). Le Forze di Polizia e i Magistrati sanno bene che nella scoperta di un assassino il ruolo fondamentale è comunque ricoperto dalle investigazioni convenzionali e scientifiche e dai riscontri criminalistici e che un eventuale tecnica di profiling è di secondaria importanza ed è applicabile dai soli psicologi (appartenenti al reparto investigativo) che operano fianco a fianco con gli investigatori e intervengono insieme a loro sulla scena del delitto.

    La Vidocq Society

    Unica struttura privata che a mio avviso offre una consulenza investigativa “attendibile” sui casi irrisolti è la statunitense Vidocq Society che è stata fondata nel 1990 da tre esperti di crime solving. William Fleisher, Richard Walter e Frank Bender. Fleisher è un esperto di poligrafo, che è stato uno special agent FBI, Walter è uno dei più rispettati psicologi forensi in circolazione che ha studiato a lungo la mente dei serial killer, Bender era uno scultore, che usava la matita e la plastilina per ricostruire il volto di sospetti, recentemente scomparso nel luglio 2011. All’inizio la società era stata fondata soprattutto per raccogliere dei vecchi amici e passare del tempo insieme mangiando e discutendo di casi irrisolti, poi con il tempo, poliziotti di tutta America hanno scoperto il “club” di profiler e hanno cominciato a sottoporgli dei casi irrisolti (in forma anonima senza fare il nome della vittima) chiedendo aiuto. Nel 1991 la Vidocq ha risolto il suo primo caso salvando un innocente dalla pena di morte in Arkansas. La Vidocq Society, si ispira al famoso Eugene Francois Vidocq, il “ladro-detective” che dopo aver passato molti anni in prigione, si pentì e all’inizio dell’800 aiutò la polizia francese a risolvere numerosi cold cases, fondando poi una speciale squadra investigativa (Le Bureau de Renseignements) e utilizzando le tecniche forensi, la psicologia e il profiling nei metodi di indagine ma soprattutto inserendo l’approccio di equipe allo studio dei casi. Attualmente la Vidocq si riunisce in uno storico ristorante di Philadelphia ogni due settimane (e in tempo di COVID ha ovviamente attivato un sistema di riunioni a distanza). I membri della Vidocq rispettano la tradizione: mentre mangiano comodamente seduti al tavolo, ricevono poliziotti (adesso in videoconferenza) che presentano il loro caso irrisolto proiettando immagini e filmati su uno schermo. I membri del più prestigioso club di profiling del mondo ascoltano con attenzione e dopo qualche tempo (“il tempo necessario”), forniscono a titolo assolutamente gratuito un loro parere. Nei suoi 21 anni di vita la Vidocq Society ha analizzato centinaia di casi e ha contribuito a risolverne molti. La sua forza è il lavoro di equipe oltre che naturalmente la grande esperienza e preparazione multidisciplinare dei suoi membri, ma soprattutto la possibilità di concentrarsi con tutta la forza intellettuale a disposizione, su un unico caso alla volta. I suoi membri sono quasi tutti ex poliziotti con una notevole esperienza investigativa ma tra di loro sono stati inseriti anche alcuni esperti di Scienze Forensi provenienti dal mondo accademico che mnel corso delle attività forniscono il loro parere, limitatamente alla loro specifica competenza scientifica. Sono in tutto 82 come il numero di anni di Vidocq al momento della sua morte e rimangono in carica finché vivono. Esistono però dei membri associati che forse un giorno entreranno nella rosa degli 82. In Italia l’unico “associate member” della Vidocq Society è lo scrivente (Marco Strano) in “lista di attesa” per entrare, che attualmente è stato autorizzato a partecipare agli incontri investigativi e ai webinar dell’Associazione e che ha trasferito nel suo team di profilers il metodo multidisciplinare di Fleisher, Walter e Bender e lo spirito “no-profit” fortemente voluto dai fondatori. Nel 2009 la Vidocq Society ha patrocinato uno studio promosso dallo scrivente a Carini (in Sicilia) e uno dei suoi fondatori, William Fleisher ha partecipato alla riapertura del famoso omicidio della Baronessa avvenuto alla fine del 1400. All’evento erano presenti circa 700 criminologi e investigatori provenienti da numerose località italiane e dall’estero.

    I criminologi televisivi

    Negli ultimi anni nei talk show televisivi e sulla carta stampata la presenza dei criminologi che potremmo definire più correttamente come “opinionisti esperti di casi e fenomeni criminali”, è diventata sempre più assidua. I pareri e le analisi che vengono fornite da questi personaggi appaiono però spesso ai telespettatori ed ai lettori dei giornali abbastanza superficiali e scontate e soprattutto centrate più sulla colpevolezza di un individuo e sull’efficacia delle indagini in corso (argomenti che interessano prevalentemente la Criminalistica e la Scienza delle Investigazioni) che alla specifica competenza della Criminologia che si dovrebbe invece occupare più della dimensione psicologica, psicosociale e talvolta psichiatrica del criminale che delle investigazioni. In effetti, come già sottolineato nel corso del presente articolo, la professione del criminologo in Italia non è regolamentata. Non esiste un albo professionale come per i medici o gli psicologi e di fatto chiunque può auto-ascriversi il titolo di criminologo. E’ come dichiararsi “esperto conoscitore di fenomeni criminali”. E dove non c’è una regolamentazione precisa dovrebbe esserci il buon senso. Ci vorrebbe per prima cosa una laurea in materie compatibili (Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Sociologia ecc.) e una formazione post-laurea specialistica. E ovviamente una buona esperienza sul campo. Ma il buon senso spesso non c’è. Come nel caso di “pseudo esperti” che dopo aver frequentato un corso di 4/5 giorni in America hanno cominciato a proporsi in Italia come esperti della scena del crimine (evidence collector specialist), anche se sulla scena di un crimine non possono ovviamente andarci e a fare “comparsate” televisive, a prendere in carico delicati casi giudiziari e addirittura a offrire corsi di formazione su tale tematica in qualità di docenti. E il risultato di questa situazione è l’imbarazzo degli investigatori veri, quelli con decenni di esperienza sulle spalle nelle Polizie Scientifiche delle varie Forze di Polizia. Non è un caso, del resto, che sulla figura del criminologo ci abbiano messo l’occhio anche i comici che hanno intuito che all’interno di questa area professionale alberga a volte l’improvvisazione. Ma torniamo ai criminologi dei talk show. Fermo restando che non c’è niente di male nel fornire ai telespettatori delle interpretazioni su un delitto, occorre però fare delle valutazioni di fondo. In primo luogo un criminologo serio ha bisogno di documentazione “di prima mano” per esprimere un parere specifico altrimenti può solamente fare delle valutazioni statistiche e logiche ma senza azzardare un giudizio di colpevolezza o il profilo di un presunto colpevole. In altre parole è necessario poter accedere al fascicolo investigativo, fare sopralluoghi, parlare con il presunto colpevole e con persone informate sulla vicenda per poter esprimere una valutazione attendibile altrimenti le possibilità sono due: o si rimane sul generico, rischiando di apparire banale, oppure si rischia di giungere a conclusioni non supportate da basi scientifiche e investigative. Ma la legge dei media impone a volte anche la superficialità. La soluzione trovata da diversi “criminologi televisivi” è stata a dir poco geniale. Considerando che nel 90% dei delitti la vittima conosceva il suo assassino (anche perché non si capisce perché dovresti uccidere uno che non conosci e che non ti ha fatto nulla….), che la maggior parte degli assassini sono uomini e che statisticamente le persone uccidono maggiormente in una fascia di età dai 25 ai 50 anni (anche per motivi di efficienza fisica), è sufficiente, quando il conduttore televisivo di turno formula la fatidica domanda rispetto al nuovo crimine insoluto: “dottore/dottoressa, chi potrebbe aver ucciso”? rispondere ostentando una certa sicurezza: “sesso maschile, di età dai 25 ai 50 anni e con una conoscenza pregressa della vittima!”…. In circa il 90% dei casi ci si azzecca e si fa un figurone (e si viene chiamati anche nella puntata successiva del talk show). Il problema è che un investigatore che si sente prospettare un simile profilo ha di fronte, in una nazione come l’Italia, almeno una ventina di milioni di possibili autori e ovviamente non può utilizzare tale informazione in nessun modo. Certamente può capitare che una vecchietta di 80 anni, che non aveva nessuna conoscenza della vittima possa uccidere e quindi “sbugiardare” la previsione del nostro criminologo televisivo. Ma è abbastanza scontato che un’evenienza di questo genere è assai rara e poi, tutto sommato, potrebbe rappresentare un isolato incidente di percorso del criminologo che rimane comunque autorevole e continua ad essere invitato nei salotti mediatici. Da Porta a Porta a Quarto Grado, da pomeriggio 5 ai programmi domenicali di Mediaset, non c’è un nuovo caso di cronaca in cui non viene formulata dal criminologo di turno la fatidica frase: “…l’assassino, certamente un uomo, conosceva la sua vittima, bisogna quindi cercare nella cerchia dei parenti o dei conoscenti…”. Francamente non è difficile immaginare che il pubblico dotato di un minimo di spirito critico non si sia reso conto della superficialità di tale apporto e abbia fiutato l’inganno. Ma in fondo, come si suol dire, a questo mondo c’è posto per tutti. Sul fatto che però tali pareri non facciano male a nessuno invece sono stati avanzati numerosi dubbi. La capacità di influenzare le persone da parte dei media è cosa oramai risaputa e tra le “persone” siano essi telespettatori o lettori ci possono essere anche coloro che a vario titolo sono direttamente interessati alle indagini di quel delitto. E non è un caso che negli Stati Uniti venga preclusa, nei limiti del possibile, alle giurie popolari che devono esprimere un verdetto di colpevolezza, la fruizione di programmi televisivi e giornali. Sta di fatto che in Italia in occasione di alcuni omicidi famosi come Cogne, Garlasco, Melania Rea, la Panariello, Yara Gambirasio e nella più imbarazzante vicenda di Sara Scazzi, si è assistito a una sorta di processo parallelo celebrato in televisione con tanto di giudici, investigatori e periti, a volte completamente estranei alle indagini e quindi disinformati, a volte, cosa assai più grave, coinvolti come parte e quindi deontologicamente inadatti a fornire informazioni pubblicamente. Ma la legge dell’audience impone questo e altro.

    I casi criminali di interesse mediatico

    Ma quali sono i casi che finiscono in questa trattazione mediatica esasperata e diventano famosi? Normalmente quelli irrisolti che consentono di essere trattati come dei veri e propri “gialli”. Se la Polizia riesce in poche ore a trovare un colpevole il delitto non si genera suspence e quindi rimane sulle pagine dei giornali per poco tempo e viene forse raccontato incidentalmente in un telegiornale minore. In tutto il mondo, del resto, ogni 10 omicidi che avvengono almeno 4 rimangono insoluti. Quattro assassini su dieci la fanno franca. E le percentuali di scoperta da parte delle Forze di Polizia italiane sono pressoché analoghe a quelle dei colleghi statunitensi. Quando la Polizia non riesce a scoprire un omicidio per gli addetti ai lavori non è una cosa atipica ma rientra nei fisiologici limiti dell’apparato investigativo. E gli omicidi che vengono scoperti in percentuale minore sono solitamente quelli maturati nell’ambito della criminalità organizzata e commessi da killer professionisti che lasciano poche tracce e che operano in ambienti culturali omertosi dove è difficile trovare testimonianze. Gli omicidi “intrafamiliari”, quelli commessi da un parente da un amico stretto o da un vicino di casa, sono sulla carta più semplici da risolvere poiché gli investigatori hanno la possibilità di individuare un movente tra le persone vicine alla vittima. E poi abitualmente un assassino poco professionale in teoria lascia più tracce anche se, come dimostrato da una ricerca di una università britannica una decina di anni fa, con la diffusione di telefilms del genere “CSI”, c’è stata una notevole diffusione di “forensic awareness” anche tra gli assassini occasionali e non professionali e il numero di tracce rilevabili sulla scena di un crimine si è andata notevolmente riducendo. Comunque, in generale, chi commette un omicidio lascia molto spesso delle tracce. Edmond Locard, uno dei padri dell’investigazione scientifica moderna ci ha insegnato che un criminale lascia sempre qualcosa di se nell’ambiente dove avviene l’omicidio e che sempre qualcosa di quell’ambiente rimane attaccato all’assassino. Si tratta solo di saperlo trovare. In altri termini gli investigatori sono particolarmente efficaci nel dimostrare che un soggetto era presente in un determinato luogo cercando i segni della sua presenza (DNA, impronte digitali ecc.). Se il sospettato aveva dichiarato di non essere stato in quel luogo è bello che incastrato e l’inchiesta si conclude velocemente. Ma nella maggior parte dei delitti irrisolti degli ultimi anni o in quelli dove il verdetto ha lasciato una scia di polemiche, l’assassino aveva modo e ragione di frequentare abitualmente il luogo dove è avvenuto il delitto. Trovare una sua impronta sulla scena del crimine non è quindi più un elemento risolutivo. Il sospettato può infatti giustificarla dicendo di averla lasciata in una fase temporale precedente a quella dell’omicidio. Il giallo di Garlasco è uno di quelli così come Cogne e Avetrana. Vengono trovate delle tracce ma non si riesce a stabilire con assoluta certezza se il principale sospetto le ha lasciate mentre uccideva. Potrebbe averle lasciate prima oppure al momento della scoperta del cadavere. Insomma in tutti i questi casi il “principio di interscambio” di Edmond Locard perde di valore assoluto e le azioni della Polizia scientifica, pur se estremamente sofisticate, entrano un po in crisi. Certamente esistono delle tecniche di indagine che cercano di dare anche una origine temporale a una traccia. Trovare una impronta digitale o di scarpa fatta con il sangue della vittima indica sicuramente che il proprietario di quella impronta ha lasciato la traccia dopo che è avvenuto l’omicidio. Ma siamo sicuri che senza ombra di dubbio l’ha uccisa lui? E se si fosse sporcato toccando il cadavere per capire se era realmente morto? Insomma visto che per il nostro Diritto Penale una persona dovrebbe essere dichiarata colpevole “solo in assenza di qualsiasi ragionevole dubbio” la prova scientifica, pur se importantissima, non è la verità assoluta ma a volte può dare diverse spiegazioni. E in questo senso la polemica sui rischi di affidarsi esclusivamente alle indagini scientifiche è particolarmente attuale. Abbandonare le indagini convenzionali, fatte di intuito, di testimonianze, di ricerca delle contraddizioni negli interrogatori è ritenuto da molti un grave errore. Certamente l’illusione di poter spiegare sempre tutto con il responso di un laboratorio è molto diffusa, rinforzata anche dai telefilms CSI e derivati. Riuscire in pochi minuti, sfruttando la semi-infallibilità della Scienza moderna a risolvere un caso intricato è una chimera che stuzzica anche magistrati e poliziotti. Ma spesso è solo una illusione mendace. I casi risolti grazie alla sola sulla prova scientifica in effetti non sono molti. Secondo la maggior parte degli investigatori la scoperta di un delitto e il successivo esito positivo di un processo, ovvero la condanna di un colpevole certo o la sua assoluzione “senza dubbi” avvengono quasi sempre per una serie di circostanze in cui la prova scientifica è integrata e supportata da valide e intelligenti indagini convenzionali. E cosa avverrà in futuro in questo delicato settore? Aumenteranno i casi risolti o ancora molti assassini rimarranno impuniti? La risposta è legata anche a quanto la società è disposta a investire in questo settore e a quante innovazioni saranno introdotte. In Gran Bretagna, con l’introduzione della banca-dati del DNA il numero dei delitti scoperti è aumentato vertiginosamente. Attualmente in Italia, dove questa banca dati è stata progettata ma non è ancora entrata in funzione, in moltissimi casi è stata trovata una traccia biologica contenente il DNA dell’assassino ma non essendoci la possibilità di comparare tale traccia non si è riusciti a identificare il responsabile. E l’altra dimensione chiave nel successo investigativo è legata alla preparazione professionale dei poliziotti e dei magistrati. La rapida evoluzione delle tecniche di indagine impone infatti una formazione specialistica e soprattutto continua in coloro che combattono il crimine. Sempre più delitti nascondono la chiave della loro scoperta nella memoria di un computer o in altri ambiti della tecnologia digitale, nascono nuovi metodi di indagine biologica con cui è necessario avere dimestichezza, e la capacità di anticipare le mosse di un assassino conoscendo la sua psicologia costituisce sempre più una dimensione conoscitiva indispensabile per l’investigatore moderno. Dalla capacità di investigatori, magistrati, criminologi ed esperti forensi di migliorare le loro capacità professionali e dagli investimenti tecnologici e strutturali in questo comparto dipenderà quindi nel futuro prossimo il miglioramento della capacità di scoprire i delitti e di assicurare i colpevoli alla giustizia. E se questo non avverrà? Niente paura, possiamo continuare a risolvere brillantemente i casi nei talk show televisivi e scoperto l’assassino poi andiamo tutti a dormire (tardi) felici e contenti…..

    Suicidi, omicidi e “sciacallaggio mediatico”.

    In moltissimi casi di suicidio i familiari e gli amici del morto hanno difficoltà ad accettare un simile gesto e spesso si attivano in loro dei meccanismi psicologici di negazione. Fantasticare che in realtà si sia trattato di un omicidio e che quindi la responsabilità di quello che è accaduto sia imputabile a individui “esterni” alla cerchia familiare e su cui è possibile quindi riversare un odio “catartico e liberatorio” è una dinamica frequente quanto comprensibile. E in queste situazioni spesso si fanno avanti dei “criminologi” che per denaro o per “fama mediatica” cercano di confermare tali sospetti e rinforzano le illusioni dei familiari del suicida. E le trasmissioni televisive e i giornali che si occupano di fatti di cronaca nera attingono a mani basse da questi eventi drammatici. Come ha affermato il Medico- Criminologa Ursula Franco “È giusto che lo Stato non tuteli i familiari delle vittime di morti accidentali, morti naturali e suicidi dagli sciacalli? Sciacalli sono avvocati e consulenti che si inventano omicidi, sciacalli sono quei programmi tv o questi giornalisti che dissimulano e/o falsificano per sostenere l’ipotesi omicidiaria. Peraltro non solo chi inventa omicidi impedisce ai familiari di chi è deceduto di elaborare il lutto ma li induce ad accusare di omicidio soggetti estranei ai fatti con conseguente aggravio del danno economico…

    Facoltà universitarie e Masters su Criminologia e Investigazioni.

    Ma le facoltà universitarie su tematiche investigative e criminologiche e i masters su analoghe tematiche hanno una utilità pratica? Questi percorsi di studio consentono di trovare un lavoro? La risposta a questi interrogativi è abbastanza complessa. Certamente per colui che già opera professionalmente in ambito penalistico o investigativo o della sicurezza un approfondimento culturale in questo settore può essere decisamente utile perché può fornire nuove conoscenze da impiegare nella sua attività. Mi riferisco soprattutto ad Avvocati Penalisti che possono scoprire nuove tecniche per disporre indagini difensive (attraverso consulenti) e ad appartenenti alle Forze dell’Ordine che possono trovare degli elementi nuovi al di fuori delle scuole di formazione interne alle loro Amministrazioni. Ma chi invece è un giovane diplomato e non ha un lavoro, che tipo di preparazione professionale (spendibile sul lavoro) può ottenere da questi percorsi formativi? Normalmente i Corsi di Laurea su tematiche criminologiche e investigative ed i masters forniscono una certa “infarinatura” sulla maggior parte delle Scienze Forensi e sulle principali tecniche investigative. Viene presentata un po di Biologia Forense, un po di Psicologia Forense, un po di Medicina Legale, un po di Dattiloscopia e via dicendo. Ovviamente però queste nozioni di base non consentono (non sono sufficienti) poi per operare in concreto in questo settore. Quindi diciamo che chi svolge questi percorsi formativi alla fine ha una conoscenza generica su come vengono svolte le indagini (convenzionali e scientifiche) e sa più o meno come operano i vari esperti del settore. Ma allora potrebbe essere chiamato come consulente d’ufficio o di parte nell’ambito della giustizia penale? La risposta è abbastanza semplice e cercherò di fornirla attraverso una domanda. Se qualcuno fosse accusato ingiustamente di aver scaricato materiale pedopornografico da internet chiederebbe la consulenza di un esperto informatico o di un laureato in Scienza dell’Investigazione (o lauree similari)? Se qualcuno fosse accusato ingiustamente di aver stuprato una persona perché sono state trovate tracce biologiche compatibili, chiederebbe la consulenza di un esperto Biologo Forense o di un laureato in Scienza dell’Investigazione (o lauree similari)? Se qualcuno fosse accusato ingiustamente di aver falsificato dei documenti, chiederebbe la consulenza di un esperto Grafologo o di un laureato in Scienza dell’Investigazione (o lauree similari)? E la lista degli esempi potrebbe durare all’infinito. La consulenza scientifica moderna è cosa fatta da specialisti, soprattutto nel delicato ambito giudiziario dove si rischia di avere la vita rovinata. Inoltre nella maggior parte dei casi le consulenze forensi (di ufficio e di parte) richiedono poi una relazione supportata e legittimata dall’appartenenza da un ordine professionale (dei Medici, dei Biologi, Degli Psicologi, degli Ingegneri, ecc.). E a dimostrazione di questa mia personale teoria ci sono le decine di curricula inviati ogni settimana all’Associazione di Criminologi da me presieduta (il Centro Studi C.S.L.S.G. fondato nel 1999) da laureati in “facoltà criminologiche” che chiedono una possibile occupazione professionale a cui purtroppo non possiamo dare riscontro. Le diversificate attività portate avanti in seno al Centro Studi da me presieduto (supporto a vittime di reati, consulenze su casi giudiziari, attività di prevenzione del crimine sul territorio e nelle aziende, attività formativa specialistica, ecc.) richiedono esclusivamente laureati altamente specializzati nelle diverse Scienze “di interesse forense” (Medici, Biologi, Geologi, Psicologi, Ingegneri, Scienze Naturali, Veterinari, ecc.) o al limite, di Tecnici specializzati su strumentazioni da impiegare nella prevenzione del crimine (Videosorveglianza, telecomunicazioni, ecc.). Certamente le lauree ed i masters su materie investigative e forensi hanno una notevole attrattiva tra i giovani e negli ultimi due decenni si sono moltiplicate le offerte formative in tale ambito. Inizialmente dalle piccole Università private poi anche dalle Università statali di grande tradizione che attraverso questi canali hanno notevolmente aumentato il numero delle iscrizioni e quindi le entrate nelle casse. Ma è mia opinione (discutibile) che questi percorsi formativi siano in realtà dei tentativi maldestri di entrare in un mondo professionale specifico attraverso delle scorciatoie che, nella realtà dei fatti, si dimostrano poi, nella maggior parte dei casi, abbastanza fallimentari. Le Forze dell’Ordine, ad esempio, non riconoscono tali Facoltà come idonee per partecipare ai concorsi da Ufficiale/Dirigente e gli Avvocati Penalisti tendono a circondarsi di consulenti con una competenza specialistica (Medici, Informatici, Biologi e Psicologi) e soprattutto iscritti ad un Albo professionale.

    curriculum dell’autore: www.marcostrano.wordpress.com

    VITTIMOLOGIA ANIMALE: COME GLI ANIMALI CI COMUNICANO DI AVER SUBITO UNA VIOLENZA – di Marco Strano – marzo 2021

    Relazione al Convegno “DOMINA” (Donne, Minori e Animali). Comune di Cento. 31 marzo 2021.

    Una buona parte delle azioni investigative (prima) e giudiziarie (poi), vengono attivate dalla vittima che riferisce – racconta verbalmente o attraverso uno scritto il reato subito. Al centro di una gran parte dei procedimenti giudiziari c’è quindi la parola e il tentativo da parte degli inquirenti di individuare delle menzogne nei racconti della vittima e di eventuali testimoni. Ma non è sempre così. In diverse tipologie di crimine, gli investigatori devono essere abili a individuare degli indicatori dell’avvenuto reato nei comportamenti della vittima e non nelle sue dichiarazioni. Esempio tipico sono gli abusi nei confronti di minori molto piccoli che ancora non sono in grado di parlare. Le indagini in questo ambito sono fatte attraverso l’analisi dei disegni del bambino, osservando le sue reazioni di fronte a un adulto, valutando il suo umore e la modalità di espressioni delle emozioni. Ma anche in caso di vittime intimidite (ad esempio nei reati di usura, di mafia e nei maltrattamenti in famiglia) le vittime sono riluttanti nel chiedere aiuto e nell’ammettere di aver subito un crimine e gli investigatori sviluppano con l’esperienza la capacità di cogliere “indicatori significativi” in mancanza di comunicazioni verbali esplicite. E veniamo allora agli animali. A differenza degli uomini non utilizzano le parole. E su questo fattore contano parecchi maltrattatori di animali che sperano (e spesso riescono) a farla franca a meno che non vengano colti in flagranza. Ma gli animali possono comunicarci di aver subito una violenza, un maltrattamento? Io credo di si. Come ci ha insegnato Paul Watzlawick, esponente della famosa scuola di Psicologia di Palo Alto in California, la comunicazione è un fattore complesso che travalica la dimensione della mera verbalità ed è comunque impossibile non comunicare qualcosa durante una interazione, anche stando zitti. Sta agli esperti cogliere il significato di forme comunicazioni non verbali che comunque esprimono sempre un significato, talvolta più netto, specifico e affidabile di quello veicolato attraverso la comunicazione verbale. Un animale di certo non può recarsi in un ufficio di polizia per sporgere denuncia e non può confidarsi con un parente o con un amico di una violenza subita. Ma gli animali realmente non comunicano in nessun modo? Tutti coloro che hanno a che fare con un cane o un gatto e che vivono nella stessa casa la pensano diversamente. Un cane è in grado di farti capire quando ha fame, quando vuole uscire, quando si è stancato di svolgere un determinato compito. È in grado di fartelo capire anche se non può utilizzare la parola. Molte specie animali sono in grado di comunicare le loro emozioni, i loro desideri, il loro disagio attraverso alcuni comportamenti non verbali che possono essere colti con una certa facilità da coloro che abitualmente interagiscono con loro. Sono messaggi fatti di sguardi, di posture di reazioni di fronte a un determinato stimolo. Ed allora, in quest’ottica, gli animali possono comunicarci anche se hanno subito un reato di maltrattamento. Tutto sta naturalmente a cogliere determinati messaggi. Ma c’è un ambito ulteriore dove i messaggi che giungono agli investigatori non sono fatti di parole ma possono comunque raccontare ciò che è successo ed evidenziare l’avvenuta commissione di un reato a danno di un animale. Sono le informazioni che acquisisce la Medicina Forense Veterinaria e le altre scienze forensi tra cui la Crime Scene Investigation Veterinaria. Il corpo di una vittima animale può raccontare (comunicare) ciò che è successo attraverso le lesioni esterne ed interne o attraverso la natura biochimica di una sostanza tossica ingerita. Anche Le tracce lasciate sulla scena-del crimine dal responsabile del reato raccontano (comunicano) quello che è successo in un momento antecedente al sopralluogo e permettono spesso di ricostruire la dinamica del crimine. Che poi quando la vittima non appartiene alla specie umana non vengano messe in campo le tecnologie e le competenze di investigazione scientifica possedute dalle moderne forze di polizia è un altro discorso. Il maltrattamento e l’incuria possono lasciare segni visibili attraverso la magrezza, le ferite non guarite, la sporcizia dell’ambiente, la mancanza di un riparo. Auspichiamo quindi il delinearsi, in un futuro prossimo, di una figura professionale di un investigatore in grado di cogliere i segnali, gli indicatori, di un avvenuto reato ai danni di un animale senza poter contare sulla rappresentazione verbale di ciò che è accaduto ma sapendo cosa osservare, magari affidandosi anche alla consulenza di esperti comportamentalisti animali. E questa capacità professionale di cogliere il disagio di un animale che ha subito violenza si può ottenere in primo luogo attraverso una presa di coscienza della politica che finalmente promuova una normativa di tutela degli animali realmente efficace e, in secondo luogo, attraverso un percorso di formazione e maggiore specializzazione di coloro (le forze di polizia) che sono deputati al contrasto di questo genere di reati. Ma la capacità di individuare e segnalare una violenza ai danni di un animale è anche un dovere civico e dovrebbe essere un preciso interesse di ogni cittadino. L’abitudine ad osservare ed a cogliere i segnali di richiesta di aiuto da parte degli animali dovrebbe diffondersi tra tutti gli appartenenti alla specie umana, la specie più forte e prepotente del pianeta.

    DIFENDERSI DALLE TRUFFE ON-LINE

    MANUALE GRATUITO PER LA PREVENZIONE DELLE CYBERTRUFFE

    di Marco Strano e Francesco Caccetta

    I cybertruffatori sfruttano l’elevato numero di comunicazioni online (mail, sms, ecc.) che la gente riceve ogni giorno nascondendo il loro attacco. Cerca di mettere fretta alla sua vittima per impedirgli di ragionare con calma e capire che si tratta di una truffa. Il Centro Studi per la Legalità, la Sicurezza e la Giustizia ha organizzato una serie di seminari gratuiti sull’argomento e offre un manuale in formato PDF scaricabile nel seguente LINK.

    BUSHCRAFT TREKKING ED ESCURSIONISMO NEI BOSCHI. Guida Operativa per la legalità e la sicurezza ambientale. A cura di Strano M., Rossi A., Pozzi R., Ruggirello F.

    Questa guida è dedicata a coloro che praticano bushcraft, trekking ed escursioni nei boschi, fornendo loro delle indicazioni utili ad evitare rischi per l’ambiente ma anche brutte conseguenze legali. Non intendiamo giudicare le leggi che regolamentano queste attività sportive e di svago. Alcune probabilmente sono troppo severe, altre probabilmente troppo permissive. Resta il fatto che ogni appartenente alle forze dell’ordine è obbligato ad applicarle e trovandosi di fronte ad alcune violazioni deve intervenire, applicando delle sanzioni amministrative e in alcuni casi procedendo alla denuncia alla magistratura. Vogliamo offrire quindi il nostro contributo affinché gli escursionisti, i praticanti di bushcraft e tutti coloro che frequentano i boschi siano informati delle regole che devono essere rispettate e possano comportarsi così in maniera responsabile e nella legalità.

    SCARICA GRATUITAMENTE IL MANUALE IN FORMATO E-BOOK

    manuale legalità bushcraft 2020

    SFOGLIA IL MANUALE IN FORMATO IMMAGINE

    Un progetto di ricerca sulla psicologia degli operatori di polizia in USA

    badge polizia san diego

    Dal 1 al 10 luglio 2017 lo staff del Centro Studi per la Legalità, la Sicurezza e la Giustizia ha presentato a San Diego, in California, i risultati di uno studio pilota sulla psicologia degli appartenenti ai reparti speciali di polizia. Nel corso della visita è stato anche possibile osservare dal vivo alcune fasi dell’addestramento degli operatori di polizia locali, in particolare la preparazione al tiro (presso il poligono “Range Weapons” situato ai confini con il Messico), le procedure di pattuglia a piedi e su veicolo all’interno della città di San Diego e alcuni addestramenti particolari presso la locale Accademia di Polizia, come ad esempio la gestione di individui ubriachi o sotto l’effetto di stupefacenti. E’ stato possibile studiare anche le procedure di arresto e di traduzione nelle strutture penitenziarie di responsabili di vari reati e la gestione di polizia (e sociale) dei molti “homeless” presenti nel territorio (alcuni pericolosi ed armati), che giungono a San Diego da molte località degli USA a causa del clima particolarmente favorevole della zona. I responsabili della polizia di San Diego sono stati estremamente accoglienti e disponibili nei confronti del team italiano e gli hanno permesso di partecipare alla “vita” operativa ed addestrativa delle loro strutture.

    IMG_2374

    Nel corso del periodo di studio californiano il Presidente Marco Strano ha anche presentato il suo ultimo libro “S.W.A.T. Combat Psychology” (che sta avendo una grande diffusione nell’ambito dei reparti SWAT americani) nel corso della convention della prestigiosa San Diego County Police Chiefs’ & Sheriff’s Association, evento a cui partecipavano anche rappresentanti delle principali Agenzie federali statunitensi (FBI, NCIS, ICE ecc.) e il nuovo District Attorney (Procurator Generale) di San Diego Summer Stephan che ha invitato i membri dello staff C.S.L.S.G. alla cerimonia del suo insediamento. Il libro e la ricerca presentati hanno suscitato unanime consenso tra i partecipanti.

    IMG_2517

    Alcune prestigiose associazioni di appartenenti alle forze di polizia hanno incaricato il Centro Studi CSLSG di svolgere una ricerca sulle dinamiche psicologiche degli operatori di polizia di base, destinata a individuare elementi conoscitivi utili a progettare nuovi percorsi di training. La ricerca che è iniziata ufficialmente nella metà di luglio 2017 viene portata avanti in parallelo da una equipe statunitense coordinata dal Capo della Polizia Ray Aguirre (San Diego Community Police District) che si occupa della distribuzione dei questionari e da una equipe di Psicologi italiani coordinata dal Dr. Marco Strano che si occupa della messa a punto degli strumenti e dell’analisi dei dati. Gli strumenti utilizzati comprendono uno speciale questionario/assessment strutturato (anonimo) che viene somministrato a un campione di poliziotti americani e a un campione di appartenenti a varie forze di polizia italiane. Lo strumento tende a indagare alcune aree psicologiche correlate direttamente alla sicurezza in fase operativa, all’efficienza professionale e alla salute mentale e benessere del personale di polizia. Lo studio che si svolgerà nei mesi di luglio e agosto 2017 è finalizzato alla realizzazione da parte del Centro Studi CSLSG di uno speciale manuale operativo (field guide) che sarà presentato in anteprima in Italia (Roma) e negli USA (New York, Miami e Durham in North Carolina) a novembre 2017. Nel corso della presentazione in USA è in fase di organizzazione una visita-studio ad alcuni Dipartimenti di Polizia statunitensi per uno scambio di esperienze operative e di ricerca. Gli Ordinary e Associate Members del Centro Studi (in regola con la quota associativa 2017) interessati a partecipare al progetto di ricerca, alla realizzazione del manuale tecnico e alla visita-studio in USA (con borsa di studio CSLSG), possono inviare una richiesta alla segreteria (info@criminologia.org). La partecipazione è aperta agli Ordinary e Associate Members in regola con le quote sociali che hanno frequentato il Corso di Alta Formazione in Criminologia Forense (edizioni 2014-2015-2016) organizzato dal Centro Studi CSLSG e che sono in possesso di Laurea Specialistica in Psicologia. Possono partecipare alla ricerca anche i Soci in possesso di Laurea Triennale in Psicologia (che hanno frequentato il Corso di Alta Formazione) che saranno impiegati con funzioni operative sotto la guida di uno Psicologo Senior iscritto all’Albo.

    IMG_2511